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I grandi film 2003: Good Bye Lenin!
   

Il film si apre con il ricordo della scena di una coppia di bambini che guardano estasiati il telegiornale che riporta le immagini della gloriosa conquista dello spazio a opera degli astronauti sovietici.
Ma cosa succede al giovane Alex (protagonista principale e Io-narrante), che vive a Berlino Est con la madre e la sorella più grande, quando nel 1989, poco prima della caduta del muro di Berlino, sua madre cade in coma mentre lo vede portare via dalla polizia durante una manifestazione studentesca per i diritti civili? Convinta militante socialista, si risveglierà otto mesi dopo in un clima politico totalmente mutato, ignara di aver attraversato un passaggio epocale, ignara di trovarsi in un mondo in cui aveva rifiutato di andare.
Il mito familiare che la donna produce e incarna, la vede precedentemente abbandonata dal marito che non ha più fatto ritorno a casa da un suo viaggio all’ovest, e che lei ha pagato con una lunga crisi depressiva da cui poi si è ripresa.
Nel mio ormai abituale approccio ermeneutico, la crisi in cui cade Alex, che si svolge in quel particolare periodo storico, è presa a emblema per rappresentare sia la crisi del singolo di fronte a un mutamento radicale, sia la crisi della Psyché di fronte al nostro attuale passaggio storico, per comprenderne meglio le contraddizioni, le luci e le ombre, la traumatologia del cambiamento. Soprattutto le risorse possibili, le strategie di sopravvivenza dell'anima.
L’infarto della madre, letto nell’ordine simbolico sia interno che esterno, è la crisi del codice materno d’appartenenza e dei valori emotivo-affettivi su cui poggia l’edificio identitario, che andrà poi ridiscusso, sempre simbolicamente, col padre, quando farà ritorno…
Alex (che in ospedale al letto della madre ha conosciuto Lara, tenera infermiera con cui poi si fidanzerà) contro il parere dei medici che temono che la madre non possa sopportare neanche la più piccola emozione, si assume la responsabilità di riportarla a casa, premurandosi di nasconderle il grande cambiamento che nel frattempo è intervenuto nell’assetto sociale.
Nella stanza “mistica” della madre, Alex retrodata l’orologio del tempo, costruisce una realtà parallela che replica anche nei più piccoli dettagli la situazione preesistente, un microcosmo irreale ed ideale dove rivive la grande idea del socialismo, un socialismo felice e umanitario che nella realtà non è mai esistito se non nelle intenzioni e nelle speranze di coloro che vi credettero. Ma fuori, appena fuori dalla stanza, dalla finestra, le insegne della Coca Cola invadono gli spazi, una miriade di cibi provenienti dall’estero saturano i supermercati, la gente dell’ovest viene a cercare una casa a basso costo, e i simboli del potere decaduto vagano nell’aria, portati via con l’elicottero. Questa rivoluzione nel sistema degli oggetti risulta quasi più traumatica del crollo dell’ideologia.
Attraverso la finzione ricostruttiva Alex scopre il pathos del passaggio, e con esso i valori umani personali e universali, i valori d’anima, che in quella idea e in quel sistema di oggetti erano coinvolti, e che devono potersi salvare sia pure trasformati. Altrimenti si passa da un sistema a un altro come da un costume a un altro insensibilmente, senza elaborazione, senza un reale processo e progresso umano.
È il rischio che tutti stanno correndo e che si può “vedere” anche dall’episodio in cui quando la madre finalmente si ricorda dove ha messo i soldi, che il figlio riesce a recuperare grazie al fatto che il mobile dove erano stati infilati non era stato ancora portato via, era però già scaduto il termine dato alle banche per riconvertirli nella nuova moneta.
Ma ecco che l’orologio del tempo comincia a dar segno di ripresa, le maglie pur strette con cui questa realtà “virtuale” è stata costruita stanno cedendo, aprendo squarci sempre più vistosi alla visione del nuovo mondo che sembra effettivamente impaziente di entrare per farsi uno nella mente e nel cuore. Ma anche il mondo interno è impaziente di uscire: Cristiane, così si chiama la donna, in un momento in cui il figlio si è appisolato al suo capezzale sguscia fuori dal letto e in vestaglia e pantofole esce dalla stanza, dalla casa, in strada... È una svolta. Ed è un momento di grande intensità emotiva, persino Lenin si è alzato in volo per venire a salutarla quale ultima testimone del grande mito, indicandole la strada dell’inesorabile trapasso, ma anche la strada che lei dovrà percorrere per rivedere il piccolo mito, quello personale-familiare che lei stessa ha creato.
Viene rincorsa e riaccompagnata a casa dal figlio, che continua la sua performance rievocativa pensando che la madre non abbia ancora capito.
Oltre a questo, il finale del film vede un crescendo memorabile di colpi di scena. La sorella dice di aver incontrato il padre nella stazione di autoservizio dove lavora, era con due bambini e aveva chiesto degli hamburger: l’ha riconosciuto dalla voce!
Durante una gita alla dacia di campagna (che la madre è disposta a cedere per aiutare i poveretti dell’Ovest che stanno affluendo all’Est per fuggire dal capitalismo), in un momento di relax sul prato con la famiglia allargata al completo, la donna racconta la verità sulla fuga del marito, ponendo fine al mito e al suo dolore. Poco dopo verrà colta da un altro infarto, l’ultimo, e chiederà di rivedere il marito che in cuor suo non ha mai smesso di amare.
Alex dovrà adesso sottoporsi a un altro stress, quello del recupero paterno che non si presenta per niente facile, trattandosi di un fondamentale rimosso. Ma sarà questo che lo farà diventare pienamente adulto, uomo, responsabile della propria vita, padre di se stesso, prima ancora di esserlo in rapporto alla futura discendenza.
A livello collettivo, sociale, spetterà a lui, cioè a noi, all’attuale o futura umanità, il compito ancora più gravoso di integrare e armonizzare i codici, animici e socioculturali, che altrimenti continuano a perpetuarsi divisi, tra loro e al proprio interno, secondo la ben nota regola della coazione.
Il messaggio che secondo la lettura fatta sembra arrivarci da questo film, è che è proprio questo il nuovo spazio - mitico e reale a un tempo, sociale e insieme individuale, conoscitivo e affettivo soprattutto, poichè aperto sul nuovo tempo del ritrovamento - da conquistare.

© Baldo Lami

* Recensione del film Good Bye Lenin!, di Wolfgang Becker (Germania 2003), pubblicata su Fare anima (sito web).