gastrite da reflusso 7 Febbraio 2013
Posted by Julius in : apparato gastro-intestinale , add a commentImprovvisamente inizio ad accusare sintomi di nausea, acidità e pancia strapiena specie dopo mangiato alla sera, anche con poco, con malesseri che si protraevano tutta la notte.
Ho iniziato a eliminare gli alimenti suscettibili di provocare gonfiori e disturbi gastrici (fibre, certe verdure, latticini, ecc.) fino ad arrivare a mangiare pochissimo, con nessun risultato, ma comincio a dimagrire.
Vado dal dottore che mi diagnostica una “gastrite da reflusso” invitandomi a fare una gastroscopia al più presto altrimenti guai seri, e nel frattempo mi prescrive un antiacido e un gastroprotettore per 10 giorni.
Gli chiedo se poteva essere di natura psicosomatica… innescata da un fattore psicologico… Neanche per idea, risponde, la psiche non può originare nulla di somatico.
Il dottore non mi convince, non ho intenzione di fare la gastroscopia, e i farmaci li prendo solo per 5 giorni, senza alcun risultato, così smetto e comincio a pensare con la mia testa, decidendo di guarirmi da solo, ma come fare?
Mi ricordo un consiglio di un medico psicoterapeuta consultato molti anni prima, di cercare nel tempo immediatamente precedente l’esordio del disturbo, il fattore psicologico potenzialmente scatenante, associabile per analogia al disturbo di irritazione intestinale, rifiuto e difficoltà a digerire.
La ricerca ha avuto buon esito, trovo il fattore: una persona amica con cui mi trovo spesso in un gruppo è uscita con una cosa che mi ha fatto veramente arrabbiare, ma mi sono trattenuto di esprimerla… una cosa, quindi, che per analogia non riuscivo proprio a mandar giù!…
Dopo che ho trovato questo fattore ed essere riuscito a riferire a questa persona il mio forte disappunto a quanto detto, a distanza di uno o due giorni mi passa tutto come d’incanto.
bartolinite 25 Aprile 2009
Posted by ely in : apparato uro-genitale , 2 commentsBartolinite: ascesso alla ghiandola del Bartolini, è una delle forme ascessuali più fastidiose e dolorose che ci siano. Si tratta di una piccola ghiandola, situata nel contesto delle piccole labbra, che secerne il liquido che serve per lubrificare la vagina, che si gonfia e fa un male notevole.
Quando una mattina al risveglio ho accusato dolore e notato il rigonfiamento ho subito capito di cosa si trattasse perché qualche anno fa anche mia sorella ha avuto lo stesso problema. Nel pomeriggio si era notevolmente ingrossata e, nei giorni successivi, nonostante gli antibiotici prescrittimi dalla ginecologa, l’ascesso non accennava a regredire.
Così ho dovuto sottopormi ad una incisione con il conseguente lungo periodo di medicazioni ripetute, indispensabili per evitare un’altra infezione.
I medici dicono che capita, non è chiara la causa, si sa che il condotto che unisce la ghiandola alla vagina si ottura e non avendo possibilità di scarico si incista e si infetta.
Da qualche anno mi sono abituata a cercare di capire il senso dei messaggi che arrivano attraverso le malattie del corpo e anche in questo caso ho indagato riferendomi al periodo di vita che stavo vivendo. Pensando che sicuramente la malattia mi ha permesso una lunga pausa dall’attività sessuale, subito ho avvertito un forte disagio perché in effetti da qualche mese provavo, a volte, un senso di fastidio agli approcci da parte del mio compagno e notavo quanto fosse difficile per lui accettare i miei tentativi di glissare alle sue proposte.
Da un lato vivevo il senso di colpa e dall’altro non riuscivo a superare l’impasse. Si era creata una situazione imbarazzante ed entrambi vivevamo il disagio senza riuscire a esprimerlo.
Ecco che la malattia è venuta in aiuto e attraverso l’elaborazione personale prima e successivamente quella di coppia abbiamo potuto comprendere cosa stava succedendo e quali difficoltà stavano compromettendo il nostro rapporto, riattivando così nuove energie.
È proprio vero, la malattia non è solo portatrice di male, ma se si è in grado di fermarsi a riflettere su quanto ci vuole comunicare, diventa momento di crescita non solo personale e come in questo caso anche di coppia!
mielopatia infiammatoria 5 Marzo 2008
Posted by CLAIRE in : muscoli nervi e ossa , 2 commentsConosco quasi alla perfezione il mio corpo e so che quando lo maltratto, per esempio abbuffandomi più del dovuto, mi risponde immancabilmente con il mal di testa, ma quella volta non avevo fatto nulla, almeno di quanto potessi ritenermi responsabile. Eppure lo sentivo quel fastidio, come una specie di ipersensibilità che, dal centro della schiena si propagava alle natiche, era come se sfiorando quelle parti con la mano, reagissero emettendo delle leggere scariche elettriche. Lo sentivo, ma volevo anche ignorarlo, perché era un male nuovo e un po’ ne avevo paura. Gli resistetti, fino a che non si trasformò in una completa insensibilità. Non avvertivo più la parte bassa del corpo, gli sfinteri, la pancia, il sesso. Ero come anestetizzata, la sensazione era quella di chi ha subito un congelamento e avverte il dolore del disgelo, che però non avviene mai, anzi, il dolore si era propagato lungo le gambe sino ai piedi, e mi pareva di camminare su aghi pungenti.
Allora mi decisi ad andare dal medico di base che, abbastanza preoccupato, mi prescrisse una visita urgente. Poteva essere tutto o niente, ma nel “tutto” c’era anche la leucemia. Il neurologo, dopo avermi visitata, mi ricoverò immediatamente. Cominciai allora a preoccuparmi seriamente anch’io. Mi sottoposi a tutti gli esami possibili, TAC, risonanza magnetica, ecografie, eco doppler, ma niente. L’ultimo tentativo fu con la lombare, e qualcosa risultò: mielopatia infiammatoria. Soltanto il nome mi spaventava, chiesi spiegazioni, almeno la causa, ma la causa era sconosciuta. Accettai la cura: cortisone.
Lentamente, la forma di anestesia che mi aveva preso cominciò a ritirarsi fino a che avvertii di nuovo tutte le parti e le funzioni del mio corpo. Eppure non ero soddisfatta perché, è vero, il midollo si era infiammato, ma perchè? Andai allora da un medico omeopata che ridimensionò il tutto, catalogandolo come una carenza energetica al V° Chakra. Averlo saputo non mi faceva sentire certo meglio, però aggiunse qualcosa: “Il cervello non carbura bene, ed ecco la paura di non riuscire, compare lo scoramento, la sfiducia, a cui segue l’autodeprezzamento, c’è una cosa in lei che vuole essere affrontata con urgenza ed è il problema della sua realizzazione, l’energia creativa vuole trovare una sua collocazione.”
Già come risposta mi piaceva di più, ma c’era ancora qualcosa da fare per completare il quadro: la psicoanalisi, intesa ovviamente non come un passare da un dottore a un altro di diverso tipo, ma per avere un aiuto a curarmi da sola di mali che sono anche psichici. Ecco allora che si svela la natura del mio male: la voglia suprema di realizzazione attraverso la dominanza del pensiero logico-razionale si era imposta alla parte femminile legata all’emozione, alla passione e al sentimento (pancia, sesso, sfintere) anestetizzandola. Ho cominciato allora ad ascoltare anche la parte cosiddetta inferiore e il bisogno di realizzazione ha lasciato spazio al movimento delle viscere, ed ecco che ho partorito un libro.
Ogni tanto, in certi periodi dell’anno, il formicolio torna a farsi sentire, quando il corpo è stato segnato una volta, non si può più tornare indietro, ma almeno ora so di che si tratta e come si tratta.
onicocriptosi (unghia incarnita) 29 Dicembre 2007
Posted by ely in : Generale , 1 comment so farLa conformazione del mio alluce mi porta a soffrire per l’unghia che infilandosi sotto la pelle procura quel dolore pungente e insopportabile che chi ha provato può comprendere. Ho imparato a tagliare l’unghia diritta per evitare il problema, ma quando attraverso momenti di tensione e di stress, l’unghia diventa più fragile, si taglia alla fine del solco periungueale ed entra inesorabilmente nella carne.
Una di queste volte a nulla sono serviti i bagni di acqua e sale e gli interventi amorevoli del mio compagno che armato di forbicine e lima da qualche anno cerca di aiutarmi nella cura dei miei piedi, che sono sì “statuari”, come ha detto una mia cara amica, ma decisamente non da cenerentola-principessa (se mai potrebbero essere piedi da sorellastra!..).
L’infiammazione progredisce al punto che riesco ad infilare solo un paio di scarpe con la pianta larga proteggendo il piede con garze e cotone per evitare lo sfregamento, causa inevitabile di dolore. Incomincio la trafila delle pomate, ma l’infiammazione si tramuta presto in infezione e il dito assume un colore bluastro per la presenza di un ascesso.
Consulto il medico di base che mi prescrive una visita dal chirurgo perché dice che solo un intervento specialistico può risolvere la situazione e aspettando l’appuntamento cerco di contenere l’infezione con lavaggi, pomate e ittiolo.
Il chirurgo, dopo una prima visita, mi fissa un appuntamento per togliere l’unghia. Non sono convinta, anche per i postumi dell’intervento che mi avrebbero comunque limitato nella capacità di movimento, obbligata a proteggere il dito per preservarlo dal contatto con le calzature e con il dubbio sulla corretta ricrescita dell’unghia, ma la sopportazione ormai è al limite e non vedo l’ora di trovare un sollievo che mi liberi dal tormento, quando nello stesso pomeriggio, da parte di un’amica di mia sorella e della farmacista, arriva l’invito a provare l’intervento di un podologo.
Accolgo questo consiglio, consulto le pagine gialle e scopro che vicino a casa mia c’è una podologa, una ragazza molto simpatica che in mezz’ora mi ha liberato da un pezzettino di unghia che si era infilato in profondità, liberandomi anche da un intervento chirurgico sicuramente più invasivo che ho immediatamente provveduto, con sollievo, a disdire.
reflusso gastroesofageo (tosse) 23 Dicembre 2007
Posted by mary in : orecchio naso e gola , 35 commentsUna decina d’anni fa, prima di Natale, decisi di portare il mio amato gatto, vecchio e malato, dal veterinario perché lo aiutasse a morire, data la sofferenza degli ultimi tempi e in particolare dell’ultima notte, in contrasto con mio marito che mi rimproverava di volerlo far morire perché non ne sopportavo la sofferenza. Ma il gatto spirò in auto con molta pena, non ero nemmeno riuscita a diminuirgli l’agonia!
La settimana seguente mi ritrovai nel bel mezzo di un forte raffreddore che passò dopo un’altra settimana, lasciandomi però una tosse secca e stizzosa con forti eccessi che mi lasciavano spossata e senza fiato. Cominciai la solita trafila degli sciroppi, propoli, tisane, fumenti e antistaminico senza alcun risultato, per poi passare all’antibiotico datomi dalla mia dottoressa, ma dopo due mesi ero allo stesso punto!
Vado allora da un noto otorinolaringoiatra che vedendomi la gola infiammata come una fornace diagnostica un’irritazione allergica del cavo orale e mi prescrive il cortisone in aerosol per quindici giorni. Questo trattamento peggiorò la mia situazione, la tosse sembrava impazzita e bastava un nonnulla per scatenare un attacco irrefrenabile. Dopo 6 giorni lo sospendo gradualmente.
La dottoressa, dopo avermi fatto fare una radiografia ai polmoni e ai bronchi senza alcun esito, mi prescrive allora un altro ciclo di antibiotici di diverso tipo, ma inutilmente! Chi mi diceva che era l’inquinamento, che ero diventata sensibile ai cibi piccanti che prediligo, al vino, al fumo (peraltro degli altri, perché io non fumo) e così via, non si arrivava a niente. Andavo in giro con caramelle di tutti i tipi: al miele, balsamiche, alla menta ecc. Poi mi sentivo dire: “ma sei andata da quel medico, sei andata da quell’altro?”. Ma io cominciavo a essere stufa dei medici, delle medicine e degli esami clinici inutili che mi davano. Ero molto preoccupata per il mio stato.
Finalmente la solita dottoressa, dopo un anno di autentico travaglio e dopo un ultimo pressante invito ad ascoltarmi e a visitarmi bene, ha avuto un’idea diversa (chissà perchè non l’ha avuta prima!), ipotizzando come causa della tosse il “reflusso gastroesofageo” e mi prescrive un esame gastroscopico per accertarlo, che però non faccio perchè penso che la verifica me la poteva dare direttamente il farmaco che prendo per una settimana. Era quindi un difetto di funzionamento gastrico? della valvolina a farfalla che non si chiude bene lasciando risalire goccioline di succo gastrico acido e quindi irritante per l’esofago? La cura pare funzionare. Col farmaco e stando anche attenta a quello che mangiavo la sera, non ho più avuto attacchi durante la notte se non sporadicamente, ma di giorno bastava poco, un sapore, un odore, un po’ di fumo, anche aria secca, per scatenare un attacco.
Nell’estate dell’anno successivo mi era arrivato, portato da un’amica, un simpaticissimo gattino abbandonato (nero come il precedente) che aveva bisogno di cure. L’emozione di ritrovarmi davanti a un gatto e il dubbio, discusso con mio marito, se prenderci nuovamente in carico un gatto o no, ci ha fatto venire a entrambi un’intuizione: che il reflusso gastroesofageo fosse legato al trauma per la morte del gatto, specialmente agli ultimi giorni quando poverino faceva molta difficoltà a respirare, aveva una specie di tosse a singhiozzo e mi sembrava quasi di imitarlo con la mia tosse. Quindi, l’arrivo di questo nuovo gattino aveva così chiuso un ciclo e aperto uno ciclo nuovo, la mia gola migliorava sempre più, anche se restava sensibilissima a tutti gli agenti esterni.
Con la stagione fredda ho avuto immediatamente una ricaduta: tonsillite, tracheite poi bronchite, ma con l’esperienza e la conoscenza che avevo ormai accumulato ho pensato bene di non ricominciare la solita trafila tra medici e medicine, questa volta “mi curo da sola” mi sono detta, con fumenti di eucalipto, succo di aloe, miele e apis mellifica (che un omeopata mi aveva allora suggerito senza alcun risultato), ma stando soprattutto attenta a ciò che mi capitava e alle emozioni vissute. Così ce l’ho fatta e ho potuto senz’altro considerarmi guarita.
mio figlio non era epilettico 10 Dicembre 2007
Posted by cesare in : epilessia , 4 commentsUn giorno del 1996 di mattina presto sento un tonfo proveniente dalla camera di mio figlio di 11 anni, con mia moglie andiamo a vedere e lo troviamo a terra caduto dal letto e in preda a un attacco convulsivo, dopo pochi minuti era tutto finito, ha battuto la testa e si è morsicato la lingua ma si è ripreso bene. Preoccupati lo portiamo comunque al pronto soccorso più vicino della nostra città. Lo visitano e ci dicono che potrebbe trattarsi di una crisi epilettica e che bisogna fare accertamenti. Qualche giorno dopo sempre di mattina presto ha una nuova crisi, lo soccorriamo ma le crisi cominciano ora a farsi più frequenti.
Lo portiamo allora nel maggior ospedale della città dove lo visita il primario stesso che ci dà il seguente responso: “le crisi sono di natura epilettica, quindi il ragazzo ha l’epilessia”. Siamo terrorizzati, gli chiediamo allora se può essere un fenomeno transitorio, ma lui ci risponde di no, “questa è l’epilessia signori miei, una malattia che lo accompagnerà per tutta la vita, ma che si può tenere sotto controllo con due pasticche al giorno”, e ordina il ricovero per tutti gli accertamenti del caso, lo imbottiscono di medicinali e rimane in ospedale per una settimana.
Nonostante gli esami clinici dicano che non c’è nulla, viene dimesso con una terapia farmacologica tipica dell’epilessia, pasticche e gocce che lo intontiscono e lo gonfiano.
La cosa non ci convince e ci inquieta, il bambino con quei farmaci non ha più le crisi, ma non sta bene. Lo facciamo allora visitare da un illustre professore universitario esperto in questo male, lo visita, prende visione della cartella clinica rilasciata dall’ospedale poi conferma sia la diagnosi che la terapia adottata.
Continuiamo la cura per un altro mese, non si sono più verificate crisi, è vero, ma per noi nostro figlio ci sembra addirittura peggiorato, è sempre più gonfio, ha perso di vivacità, è come intontito. Lo portiamo allora da un dottore omeopata e antroposofico che lo visita e ci consiglia di sospendere immediatamente la cura ospedaliera perchè secondo lui non si tratta di epilessia ma di crisi convulsive causate da brusche variazioni dei livelli ormonali ed ematici frequenti nella pubertà e nei processi di crescita, confermando l’ipotesi psicosomatica di una crisi di crescita di mia sorella e di suo marito che fanno gli psicoterapeuti.
Tranquillizzati sospendiamo la cura medica ufficiale sostituendola con una omeopatica per altri due mesi e l’esito è molto positivo, nostro figlio guarisce completamente e rifiorisce, anzi negli anni a venire entra persino in uno sport agonistico ottenendo anche buone prestazioni a livello regionale. Ora sono già passati 11 anni da quelle crisi, il bambino è diventato un uomo, non ha più fatto nessuna cura, sta bene, non conosce l’epilessia!
incollamento omero e fibromiosite 14 Marzo 2007
Posted by Baldo in : muscoli nervi e ossa , 3 commentsÈ cominciato prima con un dolorino sordo alla spalla all’altezza dell’omero, poi nel giro di un mese avevo tutto il braccio bloccato con un dolore costante giorno e notte. Se tentavo di sollevare il braccio, si alzava, unitamente all’omero, di neppure di
Il dottore di famiglia pensando invece a una periartrite mi prescrive una radiografia che non mostra nulla di patologico e degli antidolorifici e antinfiammatori, che ho preso inizialmente per una settimana senza alcun esito e che interrompo per non scassarmi lo stomaco.
Un fisioterapista consultato successivamente propende per una miosite o mialgia acuta (dolore muscolare) e mi consiglia una fisioterapia riabilitativa al braccio che interrompo praticamente subito perché dolorosissima. Non si trattava di soli muscoli, ma sarà costui a darmi l’indicazione giusta: “dovresti cercare nei mesi addietro il fattore che può averti causato questa cosa”.
Intanto vado da un chiropratico tedesco, da cui a suo dire andavano medici da tutto il mondo a studiare il suo metodo di cura, che dopo avermi fatto sdraiare prono su un lettino dice a mia moglie: “vede signora la causa del suo male: ha una gamba più lunga dell’altra di
Allora vado da un medico agopunturista, che dopo avermi osservato con molta cura mi dice che era meglio non fare alcun trattamento e mi consiglia di recarmi subito a fare una stratigrafia alla spalla. Il nome che scrive nella prescrizione radiografica saprò in seguito trattarsi una forma di cancro molto aggressivo. Comincio a essere seriamente preoccupato, ma non faccio la stratigrafia, primo perché non voglio beccarmi una dose massiccia di radiazioni, poi perché indagando nei mesi precedenti alla ricerca del possibile fattore scatenante, mi viene in mente che in effetti due mesi prima, per un’attività molto difficile da spiegare, sono rimasto sollevato (peso 68 chili) su un solo braccio, quello dolorante, per oltre un quarto d’ora. Se era questa la causa, un trauma articolare dovuto allo stress fisico-meccanico, il cancro forse non c’entrava niente. Questa scoperta mi solleva un po’, anche se resto preoccupato.
Finché un giorno, mentre sono in un negozio a fare una fotocopia, sento l’operatore che parla al telefono con un amico raccontandogli gli stessi sintomi che avevo io, e che un bravo fisiatra gli aveva fatto un intervento chirurgico che l’ha guarito completamente da una sofferenza che si protraeva da oltre un anno.
Il fisiatra allora mi fa un’infiltrazione, un’iniezione di una miscela molto forte di soluzioni lenitive direttamente nella congiunzione articolare, ma niente da fare, così ricomincio a preoccuparmi e mi rimetto in ricerca. In una farmacia omeopatica trovo un tavolo con una ventina di libri di rimedi ai vari mali, ne prendo uno sui reumatismi e lo sfoglio leggendo qua e là, poi lo compro perché mi sembra che fa al caso mio. Vi si descrivevano diverse affezioni di tipo reumatico tra cui la fibrosite, di cui non avevo mai sentito parlare: sembrava proprio quello il male di cui soffrivo. Sette le possibili cause indicate, tra cui “problemi di origine meccanica nella spina dorsale (dolori riflessi)” e, nuovamente, il cancro.
Torno dal fisiatra e gli chiedo se per caso non ho anche la fibrosite, mi guarda come se lo avessi spiazzato, ma si riprende subito e mi dice: “sì può darsi, una fibromiosite”, e mi rimanda dal simpatico vogator di stelle con la prescrizione di un altro tipo di massaggio, non doloroso questa volta e integrato con una terapia al laser (anche prima c’era una terapia aggiuntiva, ma con gli ultrasuoni credo). Dopo i primi due trattamenti ho cominciato ad avvertire dei benefici, il dolore stava calando sempre più sensibilmente man mano che procedeva la terapia, così dopo un mese il dolore era cessato completamente: guarito! “Va, adesso puoi volare!” mi ha detto il fisiatra. Non mi sembrava vero, tornavo a rivivere, cambiato nella mente e nel cuore!
In tutto la mia odissea nel tunnel del dolore sarà durata sei mesi. Ognuno degli specialisti contattati ha visto solo una parte del disturbo reale che avevo e, chi più chi meno, ognuno mi è stato di aiuto, ma se non ci pensavo io a cercare di scoprire il mio male nella sua interezza stavo fresco!