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reflusso gastroesofageo (tosse) 23 Dicembre 2007

Posted by mary in : orecchio naso e gola , 36 comments

Una decina d’anni fa, prima di Natale, decisi di portare il mio amato gatto, vecchio e malato, dal veterinario perché lo aiutasse a morire, data la sofferenza degli ultimi tempi e in particolare dell’ultima notte, in contrasto con mio marito che mi rimproverava di volerlo far morire perché non ne sopportavo la sofferenza. Ma il gatto spirò in auto con molta pena, non ero nemmeno riuscita a diminuirgli l’agonia!

La settimana seguente mi ritrovai nel bel mezzo di un forte raffreddore che passò dopo un’altra settimana, lasciandomi però una tosse secca e stizzosa con forti eccessi che mi lasciavano spossata e senza fiato. Cominciai la solita trafila degli sciroppi, propoli, tisane, fumenti e antistaminico senza alcun risultato, per poi passare all’antibiotico datomi dalla mia dottoressa, ma dopo due mesi ero allo stesso punto! 

Vado allora da un noto otorinolaringoiatra che vedendomi la gola infiammata come una fornace diagnostica un’irritazione allergica del cavo orale e mi prescrive il cortisone in aerosol per quindici giorni. Questo trattamento peggiorò la mia situazione, la tosse sembrava impazzita e bastava un nonnulla per scatenare un attacco irrefrenabile. Dopo 6 giorni lo sospendo gradualmente.

La dottoressa, dopo avermi fatto fare una radiografia ai polmoni e ai bronchi senza alcun esito, mi prescrive allora un altro ciclo di antibiotici di diverso tipo, ma inutilmente! Chi mi diceva che era l’inquinamento, che ero diventata sensibile ai cibi piccanti che prediligo, al vino, al fumo (peraltro degli altri, perché io non fumo) e così via, non si arrivava a niente. Andavo in giro con caramelle di tutti i tipi: al miele, balsamiche, alla menta ecc. Poi mi sentivo dire: “ma sei andata da quel medico, sei andata da quell’altro?”. Ma io cominciavo a essere stufa dei medici, delle medicine e degli esami clinici inutili che mi davano. Ero molto preoccupata per il mio stato.

Finalmente la solita dottoressa, dopo un anno di autentico travaglio e dopo un ultimo pressante invito ad ascoltarmi e a visitarmi bene, ha avuto un’idea diversa (chissà perchè non l’ha avuta prima!), ipotizzando come causa della tosse il “reflusso gastroesofageo” e mi prescrive un esame gastroscopico per accertarlo, che però non faccio perchè penso che la verifica me la poteva dare direttamente il farmaco che prendo per una settimana. Era quindi un difetto di funzionamento gastrico? della valvolina a farfalla che non si chiude bene lasciando risalire goccioline di succo gastrico acido e quindi irritante per l’esofago? La cura pare funzionare. Col farmaco e stando anche attenta a quello che mangiavo la sera, non ho più avuto attacchi durante la notte se non sporadicamente, ma di giorno bastava poco, un sapore, un odore, un po’ di fumo, anche aria secca, per scatenare un attacco.

Nell’estate dell’anno successivo mi era arrivato, portato da un’amica, un simpaticissimo gattino abbandonato (nero come il precedente) che aveva bisogno di cure. L’emozione di ritrovarmi davanti a un gatto e il dubbio, discusso con mio marito, se prenderci nuovamente in carico un gatto o no, ci ha fatto venire a entrambi un’intuizione: che il reflusso gastroesofageo fosse legato al trauma per la morte del gatto, specialmente agli ultimi giorni quando poverino faceva molta difficoltà a respirare, aveva una specie di tosse a singhiozzo e mi sembrava quasi di imitarlo con la mia tosse. Quindi, l’arrivo di questo nuovo gattino aveva così chiuso un ciclo e aperto uno ciclo nuovo, la mia gola migliorava sempre più, anche se restava sensibilissima a tutti gli agenti esterni.

Con la stagione fredda ho avuto immediatamente una ricaduta: tonsillite, tracheite poi bronchite, ma con l’esperienza e la conoscenza che avevo ormai accumulato ho pensato bene di non ricominciare la solita trafila tra medici e medicine, questa volta “mi curo da sola” mi sono detta, con fumenti di eucalipto, succo di aloe, miele e apis mellifica (che un omeopata mi aveva allora suggerito senza alcun risultato), ma stando soprattutto attenta a ciò che mi capitava e alle emozioni vissute. Così ce l’ho fatta e ho potuto senz’altro considerarmi guarita.