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onicocriptosi (unghia incarnita) 29 Dicembre 2007

Posted by ely in : Generale , 1 comment so far

La conformazione del mio alluce mi porta a soffrire per l’unghia che infilandosi sotto la pelle procura quel dolore pungente e insopportabile che chi ha provato può comprendere. Ho imparato a tagliare l’unghia diritta per evitare il problema, ma quando attraverso momenti di tensione e di stress, l’unghia diventa più fragile, si taglia alla fine del solco periungueale ed entra inesorabilmente nella carne.

Una di queste volte a nulla sono serviti i bagni di acqua e sale e gli interventi amorevoli del mio compagno che armato di forbicine e lima da qualche anno cerca di aiutarmi nella cura dei miei piedi, che sono sì “statuari”, come ha detto una mia cara amica, ma decisamente non da cenerentola-principessa (se mai potrebbero essere piedi da sorellastra!..).

L’infiammazione progredisce al punto che riesco ad infilare solo un paio di scarpe con la pianta larga proteggendo il piede con garze e cotone per evitare lo sfregamento, causa inevitabile di dolore. Incomincio la trafila delle pomate, ma l’infiammazione si tramuta presto in infezione e il dito assume un colore bluastro per la presenza di un ascesso.

Consulto il medico di base che mi prescrive una visita dal chirurgo perché dice che solo un intervento specialistico può risolvere la situazione e aspettando l’appuntamento cerco di contenere l’infezione con lavaggi, pomate e ittiolo.

Il chirurgo, dopo una prima visita, mi fissa un appuntamento per togliere l’unghia. Non sono convinta, anche per i postumi dell’intervento che mi avrebbero comunque limitato nella capacità di movimento, obbligata a proteggere il dito per preservarlo dal contatto con le calzature e con il dubbio sulla corretta ricrescita dell’unghia, ma la sopportazione ormai è al limite e non vedo l’ora di trovare un sollievo che mi liberi dal tormento, quando nello stesso pomeriggio, da parte di un’amica di mia sorella e della farmacista, arriva l’invito a provare l’intervento di un podologo.

Accolgo questo consiglio, consulto le pagine gialle e scopro che vicino a casa mia c’è una podologa, una ragazza molto simpatica che in mezz’ora mi ha liberato da un pezzettino di unghia che si era infilato in profondità, liberandomi anche da un intervento chirurgico sicuramente più invasivo che ho immediatamente provveduto, con sollievo, a disdire.

reflusso gastroesofageo (tosse) 23 Dicembre 2007

Posted by mary in : orecchio naso e gola , 32 comments

Una decina d’anni fa, prima di Natale, decisi di portare il mio amato gatto, vecchio e malato, dal veterinario perché lo aiutasse a morire, data la sofferenza degli ultimi tempi e in particolare dell’ultima notte, in contrasto con mio marito che mi rimproverava di volerlo far morire perché non ne sopportavo la sofferenza. Ma il gatto spirò in auto con molta pena, non ero nemmeno riuscita a diminuirgli l’agonia!

La settimana seguente mi ritrovai nel bel mezzo di un forte raffreddore che passò dopo un’altra settimana, lasciandomi però una tosse secca e stizzosa con forti eccessi che mi lasciavano spossata e senza fiato. Cominciai la solita trafila degli sciroppi, propoli, tisane, fumenti e antistaminico senza alcun risultato, per poi passare all’antibiotico datomi dalla mia dottoressa, ma dopo due mesi ero allo stesso punto! 

Vado allora da un noto otorinolaringoiatra che vedendomi la gola infiammata come una fornace diagnostica un’irritazione allergica del cavo orale e mi prescrive il cortisone in aerosol per quindici giorni. Questo trattamento peggiorò la mia situazione, la tosse sembrava impazzita e bastava un nonnulla per scatenare un attacco irrefrenabile. Dopo 6 giorni lo sospendo gradualmente.

La dottoressa, dopo avermi fatto fare una radiografia ai polmoni e ai bronchi senza alcun esito, mi prescrive allora un altro ciclo di antibiotici di diverso tipo, ma inutilmente! Chi mi diceva che era l’inquinamento, che ero diventata sensibile ai cibi piccanti che prediligo, al vino, al fumo (peraltro degli altri, perché io non fumo) e così via, non si arrivava a niente. Andavo in giro con caramelle di tutti i tipi: al miele, balsamiche, alla menta ecc. Poi mi sentivo dire: “ma sei andata da quel medico, sei andata da quell’altro?”. Ma io cominciavo a essere stufa dei medici, delle medicine e degli esami clinici inutili che mi davano. Ero molto preoccupata per il mio stato.

Finalmente la solita dottoressa, dopo un anno di autentico travaglio e dopo un ultimo pressante invito ad ascoltarmi e a visitarmi bene, ha avuto un’idea diversa (chissà perchè non l’ha avuta prima!), ipotizzando come causa della tosse il “reflusso gastroesofageo” e mi prescrive un esame gastroscopico per accertarlo, che però non faccio perchè penso che la verifica me la poteva dare direttamente il farmaco che prendo per una settimana. Era quindi un difetto di funzionamento gastrico? della valvolina a farfalla che non si chiude bene lasciando risalire goccioline di succo gastrico acido e quindi irritante per l’esofago? La cura pare funzionare. Col farmaco e stando anche attenta a quello che mangiavo la sera, non ho più avuto attacchi durante la notte se non sporadicamente, ma di giorno bastava poco, un sapore, un odore, un po’ di fumo, anche aria secca, per scatenare un attacco.

Nell’estate dell’anno successivo mi era arrivato, portato da un’amica, un simpaticissimo gattino abbandonato (nero come il precedente) che aveva bisogno di cure. L’emozione di ritrovarmi davanti a un gatto e il dubbio, discusso con mio marito, se prenderci nuovamente in carico un gatto o no, ci ha fatto venire a entrambi un’intuizione: che il reflusso gastroesofageo fosse legato al trauma per la morte del gatto, specialmente agli ultimi giorni quando poverino faceva molta difficoltà a respirare, aveva una specie di tosse a singhiozzo e mi sembrava quasi di imitarlo con la mia tosse. Quindi, l’arrivo di questo nuovo gattino aveva così chiuso un ciclo e aperto uno ciclo nuovo, la mia gola migliorava sempre più, anche se restava sensibilissima a tutti gli agenti esterni.

Con la stagione fredda ho avuto immediatamente una ricaduta: tonsillite, tracheite poi bronchite, ma con l’esperienza e la conoscenza che avevo ormai accumulato ho pensato bene di non ricominciare la solita trafila tra medici e medicine, questa volta “mi curo da sola” mi sono detta, con fumenti di eucalipto, succo di aloe, miele e apis mellifica (che un omeopata mi aveva allora suggerito senza alcun risultato), ma stando soprattutto attenta a ciò che mi capitava e alle emozioni vissute. Così ce l’ho fatta e ho potuto senz’altro considerarmi guarita.

mio figlio non era epilettico 10 Dicembre 2007

Posted by cesare in : epilessia , 4 comments

Un giorno del 1996 di mattina presto sento un tonfo proveniente dalla camera di mio figlio di 11 anni, con mia moglie andiamo a vedere e lo troviamo a terra caduto dal letto e in preda a un attacco convulsivo, dopo pochi minuti era tutto finito, ha battuto la testa e si è morsicato la lingua ma si è ripreso bene. Preoccupati lo portiamo comunque al pronto soccorso più vicino della nostra città. Lo visitano e ci dicono che potrebbe trattarsi di una crisi epilettica e che bisogna fare accertamenti. Qualche giorno dopo sempre di mattina presto ha una nuova crisi, lo soccorriamo ma le crisi cominciano ora a farsi più frequenti. 

Lo portiamo allora nel maggior ospedale della città dove lo visita il primario stesso che ci dà il seguente responso: “le crisi sono di natura epilettica, quindi il ragazzo ha l’epilessia”. Siamo terrorizzati, gli chiediamo allora se può essere un fenomeno transitorio, ma lui ci risponde di no, “questa è l’epilessia signori miei, una malattia che lo accompagnerà per tutta la vita, ma che si può tenere sotto controllo con due pasticche al giorno”, e ordina il ricovero per tutti gli accertamenti del caso, lo imbottiscono di medicinali e rimane in ospedale per una settimana.

Nonostante gli esami clinici dicano che non c’è nulla, viene dimesso con una terapia farmacologica tipica dell’epilessia, pasticche e gocce che lo intontiscono e lo gonfiano.

La cosa non ci convince e ci inquieta, il bambino con quei farmaci non ha più le crisi, ma non sta bene. Lo facciamo allora visitare da un illustre professore universitario esperto in questo male, lo visita, prende visione della cartella clinica rilasciata dall’ospedale poi conferma sia la diagnosi che la terapia adottata.

Continuiamo la cura per un altro mese, non si sono più verificate crisi, è vero, ma per noi nostro figlio ci sembra addirittura peggiorato, è sempre più gonfio, ha perso di vivacità, è come intontito. Lo portiamo allora da un dottore omeopata e antroposofico che lo visita e ci consiglia di sospendere immediatamente la cura ospedaliera perchè secondo lui non si tratta di epilessia ma di crisi convulsive causate da brusche variazioni dei livelli ormonali ed ematici frequenti nella pubertà e nei processi di crescita, confermando l’ipotesi psicosomatica di una crisi di crescita di mia sorella e di suo marito che fanno gli psicoterapeuti.

Tranquillizzati sospendiamo la cura medica ufficiale sostituendola con una omeopatica per altri due mesi e l’esito è molto positivo, nostro figlio guarisce completamente e rifiorisce, anzi negli anni a venire entra persino in uno sport agonistico ottenendo anche buone prestazioni a livello regionale. Ora sono già passati 11 anni da quelle crisi, il bambino è diventato un uomo, non ha più fatto nessuna cura, sta bene, non conosce l’epilessia!