Il buio oltre lo schermo. Gli archetipi
del cinema di paura (prefazione libro)
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Come nella migliore tradizione saggistico-letteraria, il titolo di questo libro, ad esclusione del sottotitolo che era già presente sin dall’inizio, è giunto al suo autore solo alla fine, come distillato alchemico di tutto il lavoro fatto, la sintesi, che diventa essa stessa immagine e metafora che attraverso un processo di differimento ad altre immagini, rimanda in realtà solo e unicamente a sé, all’immagine in quanto tale, alla sua ineffabilità e imperscrutabilità, pur aperta generosamente allo sguardo che vuole penetrarla, violarla, per svelarne il mistero da cui è tratta e per esorcizzarne il perturbante con cui è sostanzialmente tramata.

Il buio oltre lo schermo richiama immediatamente il titolo di un film di successo degli anni sessanta, Il buio oltre la siepe, uno dei più bei film in bianco e nero che gli Stati Uniti abbiano mai prodotto, diretto da Robert Mulligan e interpretato da Gregory Peck.
Tratto da un romanzo di Harper Lee, il film narra la vicenda dello scatenarsi dell’odio razziale di una cittadina della provincia americana nei confronti di un negro accusato ingiustamente di stupro nei confronti di una ragazza bianca. Odio che si scarica anche sull’avvocato difensore bianco e sui suoi figli, che verranno salvati proprio da quel “pazzo” che viveva recluso nella casa sita nei paraggi dell’abitazione dell’avvocato, dove i bambini si recavano spesso a curiosare sbirciando dalla siepe da cui era circondata, con la speranza ma anche con la paura folle di vederlo. Questa storia di persecuzione razziale viene sapientemente collocata dal regista negli stessi anni in cui l’America si indignava per la persecuzione nazista degli ebrei.
Il film ci vuole avvertire che il male, l’orrore, il “mostro” che ci può improvvisamente saltare addosso e annientare, non è tanto quello che vive nascosto nel buio che si staglia di là dalla siepe che limita l’orizzonte del nostro mondo conosciuto (nel film, il folle), né quello che pur essendo visibile è lo stesso circondato dalla siepe della nostra ignoranza del diverso che è in noi (nel film, il nero), ma quello che non appare tale perché totalmente di qua dalla siepe, dove risiede tutto ciò che ci è noto e in cui riponiamo la nostra identità.
In termini psicoanalitici, questo vuol dire che non è l’inconscio in quanto tale a essere pericoloso, ma la coscienza che rimuove o che addirittura nega. Il mostro nasce da qui, dal contrasto dinamico tra la forza ideativa ed emotivo-affettiva di quanto è stato rigettato di rendersi nuovamente visibile e operante nel mondo e la forza della volontà rigettante che gli si oppone con tutte le sue forze perché lo considera distonico, alieno, mostruoso appunto, rispetto al sistema valoriale con cui il soggetto identifica se stesso. Tanto più rigido e intollerante è questo, specie se in crisi, tanto più oscuro, potente e minaccioso quello.
Ma tutto lo spaventoso e il terrificante nella sua grande multiformità e sorprendente mutevolezza è tale, ci suggerisce Freud, perché ha a che fare innanzitutto col perturbante primigenio, il doppio, l’altro sé di se stessi, col quale abbiamo stretto il patto fondativo della nostra storia.
È interessante notare come il cinema, gemello della psicoanalisi in quel grande parto del genio umano che si verificò nel 1895, lo recepì immediatamente (curiosamente non ricambiato da parte di Freud che addirittura lo respinse), facendone uno dei suoi filoni indubbiamente più stimolanti e creativi, forse il filone principe direi, perché intimamente implicato nel processo misterico della nascita stessa dell’immagine, ponendosi così come un incomparabile specchio terapeutico in cui lo spettatore poteva senza timore, pur col cuore colmo di paura, confrontarsi con le sue angosce primordiali, con le sue ombre, coi suoi terrificanti doppi.
Dopo un’accurata e ampia ricognizione sul concetto di doppio e perturbante, evocati sapientemente dal nostro autore cominciano a sfilare davanti allo schermo immaginario della nostra mente le loro più grandi incarnazioni cinematografiche: umanoidi, mummie, mostri orripilanti, demoni assetati di sangue, mutanti, morti che ritornano, pazzi assassini, per citarne solo alcuni, quelli che hanno avuto più successo nel tempo; figure di perdizione, di paura e di orrore, ma anche di estrema vitalità, di fascino e di intelligenza superiore; maestri del mondo subumano o dei mondi di mezzo, personalità mitiche cui il cinema rende finalmente giustizia dandogli visibilità, mostrandoli spesso anche più umani di noi, più veri e degni di rispetto, in modo da poterli riconoscere come appartenenti a sé e riscattarli dalla condanna morale che li fa essere “mostri”.
Sono loro infatti che ci fanno vedere come siamo o come potremmo essere, come viviamo o come non viviamo, sovente come ci stiamo trasformando e sempre, comunque, la lotta eterna, sanguinosa e senza esclusione di colpi tra il bene e il male dentro di noi.
Ma il perturbante non prende solo sembianze figurative, può essere ogni cosa, un paesaggio, un’atmosfera, uno stato mentale, lo spazio e il tempo, l’intero cosmo può terrorizzare ed è di fatto spaventoso.
L’originalità di questo libro, però, non sta tanto nel riuscire a farci apprezzare e amare il cinema di paura come suscitatore di reminiscenze perturbanti, in particolare di quell’antico panico dell’anima che trova la sua scaturigine nel confronto drammatico e angoscioso tra l’essere in fieri e il non essere, come evento, quindi, che riguarda solo il singolo, ma nel mostrarcelo nel quadro complessivo degli intrecci che maturano e si evolvono nel confronto continuo tra realtà interna e esterna, tra psiche e cultura, tra incoscio e società.
Neppure un personaggio virtuale, infatti, nasce dal nulla o dalla sola mente razionale, come la tipologia dello strumento tecnico e degli interessi economici che gli permettono di manifestarsi potrebbero far pensare, ma è simile a un prodotto alchemico, che è tanto più veramente alchemico quanto più il personaggio comincia a vivere di vita propria, diventa “autonomo”, in grado di condizionare non solo i destinatari e fruitori del prodotto, modificandone gusti e costumi, ma i loro stessi produttori; per non parlare delle ricadute spesso anche pesanti di cui, specie agli inizi, sono stati vittime cristico-sacrificali i loro primi interpreti, gli attori.
Si tratta quindi in realtà di una creazione dell’immaginario collettivo più che il frutto di una trama cosciente, capace di catalizzare e canalizzare le ansie e i sogni di un’epoca, i suoi travagli, favorendone l’ineluttabile crisi di passaggio. A maggior ragione poi questo avviene se il personaggio è una figura panica, in quanto nella poetica dell’inconscio l’immagine è intimamente legata al pathos, è intrisa di dolore e paura, oltreché di desiderio. “Il cinema – afferma l'autore – fedele rappresentante della realtà e dell’inconscio, ha ben colto questa caratteristica umana, permettendoci di affrontare attraverso il film dell’orrore questo confronto al buio, e di poter accettare più facilmente il subdolo invito che questa paura, attraendoci, ci porge”, anche perché, come dice Freud (riferendola però all’arte in generale come funzione di trascendimento sublimativo della morte), ci offre una cosa molto più grande: quella “pluralità di vite di cui abbiamo bisogno”.

© Baldo Lami

* Prefazione del libro Il buio oltre lo schermo. Gli archetipi del cinema di paura, di Riccardo Strada, Zephyro Edizioni, Milano 2005


Autore: Baldo Lami - data: 2005-06-27 tag: archetipi cinema perturbante paura

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