I grandi film del 2003: "Dogville"
(lettura psicoantropologica)
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Provocatorio, spietato e sublime, materico e metafisico, apocalittico, quest’ultima fatica di Lars Von Trier è destinata a lasciare un solco profondo nella storia del Cinema. Dopo un abissale silenzio, la Parola torna prepotentemente sulla scena del mondo, a rivelarsi ovunque, principio e fine di tutte le cose, e a chieder conto… dei sensi, dei nessi, dei rapporti, in cui da sempre abita seppure in esilio.
Provocatorio anche per la sapiente mescolanza dei linguaggi, sia dei generi: letterario, teatrale e cinematografico, che delle essenze: filosofico, psicologico e teologico, tenuti opportunamente separati dalle logiche di potere.
Il film è strutturato come un libro monoscenografico composto da un prologo e nove capitoli, e da una voce narrante fuori campo che cadenza e legge (intende) gli eventi che si succedono. Non per questo è didascalico, anzi qui la lettura è concepita nella sua espressione più alta come ri-velazione del mistero. La mia lettura si presenta pertanto come ri-lettura in chiave psicoantropoanalitica, ma con la stessa impostazione spiritualmente rivelatoria.
In Dogville, città del cane, piccolo e povero paese sperduto tra le Montagne Rocciose, ubicato dove la strada finisce e abitato da appena quindici anime, semplici e oneste persone che vivono la loro vita di stenti con dignità e spiccato senso comunitario – così almeno la voce recita all’inizio - si consuma in realtà un dramma di proporzioni cosmiche.
Innanzitutto il luogo, i confini, i muri delle case e le vie sono disegnate come col gesso su una lavagna, si aprono e si chiudono porte inesistenti e tutti pensano di stare non visti a casa propria: è la rappresentazione schematica più perfetta di un non-luogo, sito di transito, oggi in fase di espansione e moltiplicazione come segno e metafora dei nostri tempi, caratterizzato dal fatto di non fornire identità, di non essere storico, né relazionale, perciò senz’anima. Anche se Dogville ha l’apparenza di averla quest’anima, le sue radici storiche (la vecchia miniera d’argento abbandonata) e anche temporalmente la vicenda narrata si colloca nel 1930, gli anni della Grande Depressione!… Inoltre sembra fortemente tipica e niente affatto di transito, tant’è che è ubicata dove finisce la strada, e tutti si conoscono.
In termini psicologici, se fosse una realtà-gioco - in certi momenti sembra proprio esserlo - potremmo associarla a quell’area intermedia dell’esperienza che si colloca tra l’onnipotenza narcisistica e l’instaurarsi di una vera relazione d’oggetto (l’oggetto transizionale di Winnicott). Ecco allora il punto: ponendo qui il suo dramma, il regista vuole sapere se questo non luogo, prototipo del villaggio globale che sta prosperando sulla nostra grande depressione di fondo, può davvero essere una svolta per l’umanità, la sua apertura al mondo, o è esattamente il contrario. Sappiamo come l’oggetto transizionale possa in qualche caso pervertirsi, trasformandosi in feticcio.
In questo brandello urbano ai confini dell’universo arriva Grace, la bella fuggitiva, inseguita dai gangster. È l’evento atteso da Tom, l’unico esponente dell’intellighenzia locale, aspirante scrittore di successo, una sorta di tuttologo nullafacente a metà tra il filosofo, il politico e il sacerdote, che cosciente della disgregazione morale in cui versano i suoi concittadini, elabora un piano di riscatto consistente nel far comprendere a tutti la necessità vitale ed evolutiva dell’accettazione, accogliendo amorevolmente il dono.
Grace è una nuova figura d’anima collettiva che interviene nella crisi del processo di umanizzazione quale proposta del suo ulteriore divenire. È il femminile cristico mancante, la gemma di una nuova modalità relazionale improntata all’amore e alla fratellanza, ma che dovrà unirsi al nuovo soggetto maschile, rappresentato da Tom, per potersi attuare come nuova civiltà umana.
Dopo il problematico inizio, in cui l’accettazione è condizionata al perfetto e scrupoloso svolgimento da parte di Grace di lavori ritenuti non necessari, cadono le ultime resistenze e la piccola comunità sembra risvegliarsi a nuova vita, di cui proprio lei, la straniera, viene ora riconosciuta il centro, l’anima, il cuore caldo e pulsante. Si gioisce e si festeggia nella Via degli Olmi.
Solo Tom appare pensieroso, anche se si dichiara lo stesso felice e innamorato, forse perché ha vinto la sua battaglia senza essere diventato l’eroe che si aspettava, oppure perché assillato dall’enigma dell’origine e della natura di Grace che non riesce a risolvere.
Questa situazione idilliaca termina però bruscamente non appena i tutori dell’ordine consegnano al paese un semplice avviso, “Ricercata”, ribaltandosi in una ignobile congiura: Grace, la grazia, la bellezza, l’anima radiosa, il cuore colmo d’amore, la speranza, diventa lo zimbello di tutti, umiliata, offesa, incatenata e stuprata da tutti gli uomini del paese in un crescendo inaudito di sadismo e crudeltà cui neppure i bambini si sottraggono.
Il ritorno dei gangster, accolti con tutti gli onori come liberatori e il cui capo si rivela essere proprio il padre di Grace, pone fine all’ignominia collettiva ristabilendo l’ordine e la giustizia, con un’azione esemplare: lo sterminio di tutti i dog-villani!…
Poco prima di questa “soluzione finale” c’è un passaggio molto significativo: padre e figlia discutono all’interno della limousine presidenziale accusandosi reciprocamente di arroganza, dove l’arroganza del potere del padre, viene dallo stesso considerata addirittura un bene in confronto alla vera arroganza della figlia di ritenersi in possesso di un'etica superiore e di voler cambiare il mondo. Grace soccombe alla logica fredda e separativa della ratio da cui era precedentemente fuggita e accetta l’offerta paterna della condivisione del potere. La grazia esce dall’orizzonte umano e si torna all’antica legge del taglione dell’occhio per occhio e dente per dente.
Solo il cane resta miracolosamente illeso e Grace lo risparmia. Perché? Quale messaggio ha voluto inviarci coscientemente o meno il regista? È d’obbligo una riflessione: se il cane è, poniamo, la fedeltà all’osso, cioè la fedeltà alla sua vera natura, l’osso dell’uomo, verso cui egli è fedele o infedele, a quale natura specifica si riferisce? La domanda è cruciale, perché è dalla risposta che daremo che dipenderà la nostra sorte.
Siamo ben al di là della satira molto evidente del regista all’occidente cristiano: duemila anni di cristianesimo hanno elevato solo la nostra capacità di non vedere il male dentro di noi, creando un’ombra gigantesca che ora ci si sta avventando contro, annientandoci.
Dogville, la città (dell’uomo) che perdé la sua anima, e di conseguenza il passato, il presente e, soprattutto, il futuro!
Da annoverare tra i capolavori mondiali del cinema, non solo per la forma d’arte eccelsa e innovativa, ma anche, semplicemente, perché fa pensare.

© Baldo Lami


* Recensione del film Dogville di Lars Von Trier (2003), pubblicata sul sito web Vertici (Network di Psicologia e Scienze Affini) l' 08.11.2004


Autore: Baldo Lami - data: 2004-11-08 tag: dogville

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