I grandi film del 2003: "Io non ho paura"
(lettura psicoantropologica)
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Premessa. Questa breve lettura psicoanalitica del film, per punti essenziali, vuole essere più che altro un ordito di guida alla comprensione psicologica profonda della vicenda umana che vi si narra, in modo tale da farne risaltare le analogie in termini di processo con quanto avviene al nostro interno quando ci imbattiamo improvvisamente in un dato esperienziale estremo, che ci apre violentemente gli occhi su un aspetto della realtà che non conoscevamo, e con quanto avviene nel sociale, in cui l’individuale è trama e tramato, poiché non si può capire l’uno se non attraverso l’altro, e soprattutto perché è proprio attraverso l’uno che si vuole parlare dell’altro e, come vedremo, del “possibile oltre” il sottosuolo melmoso del "troppo umano". A tal fine è necessario integrare nel peculiare simbolismo psicoanalitico i codici simbolici universali patrimonio dell’umanità fin dai primordi, anche perché costituiscono la matrice più antica da cui scaturisce il discorso dell’inconscio. Lo stesso sceneggiatore, nel secondo CD dei “contenuti extra” a corredo del film, parla di come si è trovato immediatamente d’accordo col regista nell’escludere di voler fare un film realistico, sociologico, localistico, quanto invece simbolico e universale, affinché (amplifico io) possa meglio parlare nel profondo dell’attuale condizione di umano degrado e al fine di rendere praticabile la via d’uscita indicata dal fanciullo verso una nuova antropologia.

L’occhio e la buca. Cercando gli occhiali della sorellina di sei anni, caduti nei pressi di un sito diroccato e distante dalle abitazioni, dove i bambini, contravvenendo al divieto genitoriale, si recavano ogni tanto per giocare, Michele, 10 anni, scopre una buca nel terreno (sul cui coperchio stavano gli occhiali della bambina) dove viene tenuto segregato un bambino. L’evento è sconvolgente. E lo diventerà maggiormente man mano che scopre il coinvolgimento dei genitori nel sequestro. Sul bordo di quella buca, simbolo vaginale di nascita e morte, di espulsione e inghiottimento, primigenia fonte di attrazione e di terrore a un tempo (soprattutto per il maschio), un mondo intero rischia di precipitare e disintegrarsi, e un mondo intero, invero, finisce veramente: quello dell’infanzia.

Diversi e identici. Filippo, il bambino sequestrato, pensa di essere morto e che anche i suoi genitori sono morti, altrimenti non potrebbero lasciarlo lì, e concepisce l’apparizione di Michele come quella di un angelo... Corrispondentemente, anche Michele stenta a considerare pienamente umano il “bambino nascosto”. La scoperta dell’altro è sempre scoperta dell’Altro.
Così, in coincidenza di un trapasso che potremmo definire epocale, quello dell’adolescenza (ma che è anche quello del nostro attuale momento storico), visto nel contrasto simbolico alto-basso, luce-buio, e all’interno di un rapporto adulto-bambino quanto mai incompreso, si costella nel fanciullo la fantasia archetipica del gemello divino, il syzygos, presente in numerose mitologie: l’uno supero e l’altro infero, o più semplicemente l’uno mortale e l’altro immortale, come Castore e Polluce, indissolubilmente legati tra loro, o anche come gli eroi creatori della coppia fondante cosmogonica. Questa è l’iniziale elaborazione del dramma da parte di Michele, orientato alla salvezza strenua e disperata dell’altro, pena la perdita di sé e della vita tutta, ma su cui pende la minaccia terribile costituita proprio da chi questa vita l’ha data, fautori della generazione secondo il modello di quella che potremmo definire della “negazione dell’uguaglianza fraterna col diverso”, di cui l’occidente si è fatto portavoce a livello mondiale.
Letto in chiave di vicenda interiore, Michele, superata la paura di guardarsi dentro, scopre un Sé nascosto, gemellare, forse il suo stesso progetto nel mondo che potrebbe richiedergli un doloroso allontanamento dalla famiglia d’origine e il taglio delle radici bucolico-campestri.
Alla fantasia elaborativa di Michele fa eco la fantasia di Filippo degli "orsetti lavatori" che, pur collocandosi su un altro registro simbolico, conduce sempre all'archetipo dei Gemelli. L'orsetto lavatore è infatti il Procione che, a livello astrale, è la stella più luminosa (di una coppia di stelle) della costellazione del Cane Minore, che si trova tra la costellazione dei Gemelli e quella del Cancro che, secondo il simbolismo astrologico, presiede alla nascita.

Due padri e una madre. La scoperta del Sé nascosto è legata a un’altra dolorosa scoperta, quella del lato oscuro del padre, coincidente con il lato oscuro dell’attuale società del benessere materiale, rappresentato da Sergio Materia… il capo milanese della combriccola, con cui il ragazzo dovrà fare i conti. Mentre la madre, subalterna e sottomessa, appare sicuramente più unitaria, pur nella sua ambivalenza tra complicità col marito e complicità col figlio, ma è lei la vera mandante della possibile eliminazione fisica di quel “nato diverso” nella fantasia gemellare del figlio. Interessante quindi la variante edipica che qui viene proposta.

Le crisi non elaborate. A poco a poco affiorano anche i drammi esistenziali dei singoli componenti lo sparuto gruppuscolo di varia umanità di questa improvvisata “anonima sequestri”, impossibilitati a elaborarli se non nel sintomo o nella fuga verso illusorie prospettive di benessere edenico: il Brasile del capobanda Sergio Materia, o più modestamente quella del ristorante dove si possono mangiare gli spaghetti con le cozze, della madre del ragazzo.

La seconda vista del femminile. Interviene a questo punto un fatto curioso, che non può essere minimamente compreso se non all’interno di questa mirabile architettura simbolica dove tutto appare straordinariamente sincronico: la sorellina di Michele, tenuta all’oscuro anche dal fratello nonostante le sue richieste di chiarimento su quello che stava succedendo, dice di vedere un cane correre nel campo, che però il fratello non vede. “Allora lo posso vedere solo io”, gli risponde. Cosa significa? E cosa c’entra nel contesto?
Attingendo a livello inconscio a un simbolismo antico (quello di cui ho sopra accennato), la piccola sta scoprendo con i suoi strumenti il terribile segreto che circonda il dramma che si sta consumando in quello/questo spazio-tempo e che rischia di travolgere tutti, contribuendo a tessere la tela animica di una possibile risoluzione creativa. Il cane è lo psicopompo che si è attivato per condurre l’anima da un aldiquà a un aldilà.
È la sorellina di Michele, quindi, la puella, il femminile dei gemelli che daranno vita a una nuova umanità? Lei la nuova anima del mondo, depositaria della visione dei processi di trasformazione della psiche e di trasmutazione dei valori?

Il libro Io non ho paura, da cui è stato tratto il film diretto da Gabriele Salvatores, è di Niccolò Ammaniti, un astro nascente della letteratura non solo italiana credo, figlio dello psicoanalista Massimo Ammaniti, col quale ha scritto Nel nome del figlio. L'adolescenza raccontata da un padre e da un figlio. Per ristabilire un patto, per recuperare la speranza.

© Baldo Lami

* Recensione del film Io non ho paura di Gabriele Salvatores (Italia 2003), pubblicata su Simposio (Rivista di Psicologi e Psicoterapeuti), Anno 2, Numero 1, Aprile 2006


Autore: Baldo Lami - data: 2006-04-26 tag: iononhopaura

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