I grandi film del 1997: "Storie d'amore"
(lettura psicoantropologica)
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Quattro diversi personaggi, un prete, un militare, un carcerato e un professore, irrompono nella scena del film, giungendo tutti nello stesso luogo, metafora di un “punto-momento” che prima o poi si presenta a tutti gli esseri umani come ineludibile scelta di vita e di destino. Il regista, che ha anche sapientemente interpretato come attore ciascuno di essi, nel farli indossare abiti così palesemente diversi, e mettendoli a bordo di quattro diverse autovetture, ci ha fornito subito l’informazione del loro particolare status socioeconomico che, a un livello più profondo, esprime una diversa modalità di procedere nella vita e di muoversi nel mondo.
Il concetto di ruolo, a cui rimanda lo status anzidetto, coincide in buona parte col concetto junghiano di Persona, parola che in origine designava la maschera portata dall’attore a indicare la parte da lui rappresentata. La Persona è dunque una maschera che, come dice Jung, simula l’individualità che fa credere agli altri che chi la porta è unico, perché egli stesso ci crede, ma non è che un segmento della psiche collettiva. Dato perciò il carattere di sovraindividualità e onnipotenza, la maschera-persona è un archetipo con cui l'Io rischia di identificarsi. Quando questo accade, il soggetto è capace soltanto di un orientamento esterno, diventa cieco e insensibile agli avvenimenti interiori ed è quindi incapace di rispondere ad essi.
Allora, ciò che fa la vera differenza tra le “persone”, è la capacità o meno di ciascun individuo di trascendere in nome dell’amore i vincoli imposti dal proprio ruolo. Il grande insegnamento che ci viene da questo film è proprio questo.

IL PROFESSORE è il rappresentante di un codice culturale basato sulla separazione strumentale tra vita e pensiero. Viene messo in una situazione “veramente imbarazzante”, come lui la definisce, da una studentessa, Ewa, che gli professa il suo amore. La dichiarazione immediata e diretta dei sentimenti turba il suo codice. Le rose che Ewa lascia involontariamente cadere davanti alla porta del professore sono presagio di una futura frattura. La poesia sulla rosa, ossia sul tema dell’amore, che Ewa ha scritto per lui, non può essere accolta sul piano dei sentimenti da chi si fa scudo degli stessi, esercitando una critica puramente teorica, basata sul formalismo estetico. L’attacco di cuore che lo assale subito dopo, è emblematico di un cuore inaridito, non più abituato a battere per qualcun altro. L’intrusione di Ewa nel suo mondo, lo pone comunque di fronte ad una scelta , che nel film è rappresentata da un interrogatorio (cui sono sottoposti in successione anche gli altri) condotto da un personaggio vecchissimo, grottesco e surreale, che impersona la soglia estrema in cui vita e pensiero si toccano per un bilancio definitivo, al fine di stabilire il tipo di apporto che la coscienza individuale offre alla coscienza collettiva. Le domande dell’intervistatore sono centrate sul tema dell’amore, il professore ne ha solo una conoscenza teorica ma non conosce il sentimento, intuisce che l’amore implica donarsi e questo turberebbe la sua tranquillità, il suo ordine. A questo punto, la penna del fantomatico archivista, simbolo della potenzialità di scrittura della propria vita, s’inceppa, la goccia d’inchiostro cade e segna il punto finale. Ora che la scelta è compiuta interviene l’accompagnatore, mediatore tra vita intesa come interrogativo sul suo senso, e morte simbolica intesa come condanna alla mediocrità eterna.

IL MILITARE è il difensore dell’ordine costituito, dell’identità nazionale e del limite codificato. L’arrivo di Tamara, una vecchia fiamma russa, si caratterizza come l’irruzione del mondo erotico-affettivo inconscio, femminile, nel campo proprio della coscienza maschile patriarcale, di natura necessariamente separativa. Il matrimonio del militare si mantiene solo come pura apparenza, in realtà i coniugi vivono separati, ciascuno nel proprio spazio-lager, col suo televisore e il suo frigorifero debitamente lucchettato. Il solenne giuramento d’amore eterno fatto dal militare a Tamara sulla tomba della propria madre, è precognitore della morte dell’amore stesso. Anche per lui si pone il momento della scelta, ma i pregiudizi rispetto all’origine russa di Tamara, veicolati dall’ingiunzione del comandante di troncare la relazione (al fine di vanificare nel concreto l’unione dei popoli che già si pone a livello formale), fanno sì che la scelta del militare cada sul mantenimento dell’ordine costituito. L’intervistatore fa cadere la macchia d’inchiostro sul pavimento e lo “congeda”, mentre l’accompagnatore lo porta nel sotterraneo lugubre della solitudine e del vuoto interiore.

IL PRETE è il vecchio mediatore tra l’umano e un divino concepito come principio d’ordine totalmente esterno, perciò dogmatico. A turbare la sua vita interviene una figlia di cui lui ignorava l’esistenza. La richiesta d’aiuto alla propria madre, che il prete compie in prima istanza all’irruzione del rimosso rappresentato dalla figlia, testimonia la sua dipendenza sul piano sentimentale dal materno terreno, contraltare della dipendenza sul piano razionale dal paterno divino istituzionalizzato. La confessione appena sussurrata della piccola Magda, ha la potenza sovvertitrice di una rivelazione divina vissuta come esperienza diretta che, a differenza di quella che si pone solo come oggetto di dottrina, riesce a cambiare una vita che pure era stata impostata su quest’ultima, proprio per non cambiare. L’archivista infatti, contrariamente al vescovo che lo interpella sui suoi doveri religiosi, appellandosi a una dogmatica di fede, lo interroga invece su ciò che prova per la figlia, appellandosi a un Dio anche interiore. La penna del funzionario scrive liberamente senza incepparsi.

IL CARCERATO che è stato arrestato per spaccio di eroina, simbolo del piacere immediato, personifica il punto d’“arresto” in cui si trovano coloro che non credono nella sublimazione della tensione erotico-istintuale, che, come dice Freud, comporta differimento e spostamento su mete socialmente accettate. Anche se un “arresto” analogo, ma di altro tipo, si può verificare in coloro che questa sublimazione l’hanno attuata in pieno, come abbiamo appena visto. Il rapporto che questo personaggio ha con la moglie è quello di un reciproco fregarsi, ed in questo sono simili, quasi come due “anime gemelle”; il loro amore è precario, materialistico, ma passionale e anche sincero nella misura in cui riconoscono la bisognosità e la necessità l’uno dell’altro come elemento fondamentale per la loro salvezza. Pur nella loro estrema inaffidabilità, finiscono poi sempre per accettarsi e aiutarsi, affidandosi alla sorte. Proprio questo affidamento farà muovere la sorte alla benevolenza: l’archivista sostituisce la penna, che rischiava d’incepparsi, con la matita.

Si svela così, attraverso le storie di questi quattro personaggi, che nel loro insieme rappresentano l’uomo nel pieno “disagio della civiltà”, il dramma del rapporto tra la coscienza egoico-collettiva dell’Io, centrata sulla maschera-persona, e la dimensione universale dell’anima, sempre negletta, che sempre sottende all’incontro cruciale con l’altro da sé, con tutta la sua potenza erotico-trasformativa.

© Baldo Lami

* Recensione del film Storie d'amore, di Jerzy Stuhr (Polonia 1997), pubblicata su Letture contemplative (frammenti della visione) n. 1, anno 1999.


Autore: Baldo Lami - data: 1997-11-25 tag: storied'amore

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