La guerra come "madre" di tutte le battaglie
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“Tutto è pólemos”, sosteneva Eraclito. Per il grande sapiente greco, pólemos, che vuol dire anche guerra, conflitto, era la perenne contraddizione o gioco degli opposti insiti in ogni manifestazione della vita.
Noi ci occuperemo però della guerra solo come fenomeno sociale e, com’è nello scopo programmatico del giornale, solo dal punto di vista psicoanalitico.
S. Freud ha interpretato la guerra come proiezione all’esterno della pulsione di morte (Thanatos), evitando così il suo irrompere catastrofico nell’ambito della coscienza individuale o collettiva.
Secondo questa lettura la guerra non sarebbe un’esplosione dell’irrazionale, ma un ingenuo (o ingegnoso, secondo i punti di vista) meccanismo di difesa, teso, come dicevamo prima, a salvaguardare l’Io (del singolo o di un intero popolo) dall’angoscia dell’autodistruzione, trasferendo il Thanatos su un nemico esterno che deve in tal modo essere aggredito e distrutto, pena subire da esso analogo destino. (S.Freud, 1915, Considerazioni attuali sulla guerra e la morte, in Opere, Boringhieri, Torino 1976, vol. VIII)
Questa interpretazione ha la bellezza della semplicità e della chiarezza espositiva.
Sempre in campo freudiano, un’altra interpretazione della guerra ci viene da F. Fornari che, sulla scia di Freud (ma con un salto interpretativo), vede che il nemico esterno altri non è che l’esteriorizzazione di un nemico interno molto più temibile. La ricerca svolta sui sogni delle madri in gravidanza e puerperio, e sui vissuti profondi durante il parto, mostrerà che l’esperienza della nascita comporta fantasie reciproche di distruzione tra madre e bambino, di devastazione totale di sé e del mondo, che Fornari chiamerà “Terrificante primario”. Fantasie di cui la coppia madre-figlio/a si depura proiettandole sul padre, il quale, per non essere vissuto come aggressore, riversa sul sociale questo pesante carico di colpa e lutto attraverso tutta una serie di traslazioni che si condensano nel fenomeno “guerra”. La guerra, secondo questo autore, sarebbe allora l’elaborazione paranoica di un lutto primario. (F.Fornari, Psicoanalisi della guerra, Feltrinelli, Milano 1966)
Questa interpretazione ha la bellezza dell’acume e della sottigliezza del genio.
L’ultima interpretazione psicoanalitica ci arriva dal fronte junghiano, secondo cui ciò che viene proiettato sul nemico non è il Thanatos, né il Terrificante primario, ma l’Ombra della società che, nel caso dell’uomo contemporaneo “buonista” e “matrizzato” della società occidentale, è lo spirito forte della maschilità, di cui la violenza è il principale attributo, che non sarebbe di per sé patologico e devastante se venisse compreso, accettato e integrato nella personalità cosciente. (C.Risé, Psicanalisi della guerra, Red, Como 1997; C.Bonvecchio e C.Risé, L‘ombra del potere, Red, Como 1998)
Queste diverse visioni della guerra, non essendo secondo noi in reciproca opposizione, dovranno integrarsi in una visione unitaria, una sintesi che tutte le contenga. La psicoanalisi contemplativa vede nella guerra un tentativo strenuo e disperato di rifondazione del mito delle origini, in cui chi nasce porta sempre con sé le stigmate dell’unicum, in quanto unico beneficiario di quel bene assoluto rappresentato dalla matrice biologico-materiale e spirituale da cui è scaturito: la Madre. Secondo il contesto storico e culturale in cui si estrinseca l’evento guerra, questo amplissimo codice simbolico (o archetipo) comprende di volta in volta la terra, l’etnia, la razza, la religione, l’ideologia, il potere, la ricchezza, ecc. Dato però che questo “incommensurabile e incomparabile” bene tende a deteriorarsi col tempo, ecco che deve essere periodicamente riconquistato per la sicurezza, la stabilità e l’integrità dell’unicum. Visto che il soggetto umano (cioè l’unicum) non riesce a concepirsi come un processo di pensiero in perenne divenire, la guerra si presenta pertanto come un male necessario a un bene, che riconferma nella dipendenza del già dato “materiale” d’origine, attraverso lo spargimento sacrificale di una sostanza giustappunto originale: il sangue, elemento centrale del simbolico materno. Dato inoltre che non c’è peggior nemico di se stessi, ciò che si proietta sul nemico è il proprio stesso sé, in qualità di unicum assoluto, primo aggressore e violentatore di quello stesso bene supremo, anch’esso assoluto (la Madre), da cui dipende la sua sopravvivenza.
Questa sintesi presenta il vantaggio di contemplare armonicamente tutte le precedenti interpretazioni della guerra, potendosi infatti vedere nel nemico, su cui si proietta l’onnipotenza dell’unicum, sia il Thanatos, sia il Terrificante primario, sia l’Ombra.
La guerra sarebbe in sostanza sempre un fatto edipico, uno scontro cruento e mortale tra padre e figlio, o tra fratelli – visto che il padre non si sa chi è –, per la conquista della Madre – visto che la madre si suppone di sapere chi è, dato che ce n’è una sola…

© Baldo Lami

* Articolo pubblicato su Letture Contemplative (Rivista di analisi e sintesi psicospirituale) N. 3, Milano 1999


Autore: Baldo Lami - data: 1999-11-22 tag: guerra madredituttelebattaglie

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