Eluana, l'Innominato e il Vampiro
Eluana, l'Innominato e il Vampiro
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La simbolica della mano

Una breve riflessione ai confini della psicoanalisi, anche se sarebbe più esatto dire ai confini della realtà, tanto questa ci appare ormai sfuggente, improbabile casualità, ma che dovrebbe comunque interessare la psicoanalisi, coinvolgendo il suo primario oggetto di studio e di cura. Sto parlando del caso di Eluana Englaro e su tutta la pietosa campagna populistico-mediatica e cattointegralista che ne è scaturita, e che sempre più identifica l’Italia tra i paesi del terzo mondo.

Prescindo però completamente da questi sviluppi, che vedono in atto l’ennesimo scontro istituzionale tra poteri dello stato, e tra stato e chiesa, così come dalla questione etica concepita moralisticamente senza la minima cognizione dello stato reale delle cose.

M’interessa invece sapere di una solitudine di mari e di monti, di odissee perdute nello spazio e nel tempo, dell’infelice amor di amore e psiche, di angeli e demoni, di distacchi e patimenti infiniti di cui nessuno parla, ma che si trova al centro di ogni vicenda umana sui bordi estremi dell’esistenza. Per essere più precisi, m'interessa sapere come sta l’anima di Eluana, cosa sta passando, perché così saprei anche come sta e cosa sta passando l’anima dell’uomo, compresa la mia, di cui lei si è fatta simbolo, portavoce muta, ma con una parola ben più eloquente di quella di chi si arroga il diritto di averla per virtù divina.

“Fermate la mano assassina!”, gridano coloro che si arrogano a chi, in virtù di una sentenza convalidata dalla Corte Costituzionale, vorrebbe staccare la macchina che tiene “in coma” Eluana, capovolgendo completamente la simbolica della mano, che da pietosa diventa assassina. Monito estraniante, inoltre, segno di grande disorientamento dell’ecclesia e di contraddizione macroscopica: prima perché la coglie a sorpresa contro la famiglia, che pretende di difendere dai soprusi dello stato e della modernità; poi perché nessuno l’ha minimamente sentito allora, questo monito, quando non sussisteva alcun dubbio sull’esatta identificazione di senso della mano, allorché la mano era quella dei nazisti!

Di chi è la mia vita

Allo stesso modo tralascio in questa sede le distinzioni tra coma, stato vegetativo e morte cerebrale, interessanti certo sotto il profilo clinico, ma che poco o nulla possono dirci sotto il profilo dell’anima che li subisce, poiché li patisce tutti nello stesso identico modo. L’unica differenza sta nel fatto che – solo entro un certo lasso di tempo – dal coma l’anima può riprendersi recuperando a sé tutte le sue potenzialità, mentre negli altri stati ciò non è possibile o non è possibile in modo completo; dove l’individuazione di quest’ultima possibilità è chiaramente deducibile a un esame clinico obiettivo, spesso anche solo visivo.

Ma il punto non è questo, anche se viene lasciato come spunto equivoco, perché coloro che si arrogano lo sanno benissimo che per Eluana non è più possibile riprendersi, ma vogliono lo stesso imporre a tutti, in modo dogmatico e autoritario, la concezione della dignità e sacralità della vita in qualsiasi condizione si trovi a essere.

Imposizione a parte, mi verrebbe quasi di essere d’accordo, ma “in qualsiasi condizione si trovi a essere” è cosa ben diversa da “in qualsiasi condizione si trovi costretta a essere”, costretta manus hominis, come avviene attraverso le tecniche dell’accanimento terapeutico protratte oltre il limite dell’umana decenza. C’è quindi uno spostamento significativo dell’attribuzione valoriale della dignità e della sacralità, dalla vita che vive in forza di se stessa (o di Dio per i credenti), alla vita che vive in forza della tecnica. È questa vita, volutamente mantenuta nel bisogno perenne di cure per poter essere, piagata, riversa nel suo sudario di morte di sé come progetto di mondo, separata da ciò che la anima, che è sacra per coloro che si arrogano.

Qui la chiesa fa sentire tutta la sua antica avversione all’anima – che come sappiamo non appartiene al mito cristiano, anche se vi è stata in qualche modo integrata –, non più da essa controllabile come faceva un tempo, e che svela la sua concezione essenzialmente materialistica della vita votata al potere temporale ottenuto attraverso il potere spirituale.

A proposito della dignità della vita

Anni fa una mia ex paziente, di cui sono rimasto amico, si ammalò di un cancro molto invasivo. Non volle nessuna chemio o radioterapia, ma solo tornare a casa per le normali cure palliative. Una sera, mentre ero presente insieme alle due sorelle con cui viveva, disse al dottore, un professionista molto attento e sensibile, che si stava apprestando a rivedere la terapia antidolorifica per migliorarla, che non la stava affatto aiutando. Molto contrito, il medico le rispose che stava facendo tutto quanto era umanamente possibile per migliorare la qualità della sua vita, ma lei insistette che invece gliela stava peggiorando, “vivere così non è dignitoso” aggiunse. Il dottore le rispose che la vita è sempre dignitosa, anche così, e per lei in particolar modo per come la stava conducendo; e su questo tema si sviluppò una discussione con toni accorati da entrambe le parti da lasciare esterrefatti. Lei con la sua bianca veste nel suo bianco letto, il dottore da un lato e io dall’altro le tenevamo ciascuno una mano, il dottore del corpo e quello dell’anima insieme al suo capezzale. Immagine sacra. “Temo signora di non poter fare quello che mi sta chiedendo”, disse il medico. “No, io non pretendo niente da lei che non voglia o non possa fare, le chiedo solo se mi ha compreso, che vivere così non è dignitoso per me, conterò qualcosa in questa storia?”. Sempre più allibito e dopo essersi accertato che tutti i presenti concordassero con quanto la paziente aveva detto, il dottore rispose che aveva perfettamente compreso, ma che comunque non poteva far nulla. Aggiunse però che era la prima volta che si trovava di fronte a un grado di civiltà che non avrebbe neppure osato sognare. Io e il dottore ci stringemmo forte la mano quella sera prima di andarcene. Il giorno dopo la mia amica entrò in coma e il giorno appresso morì.

Nominati e Innominati

Torniamo al dramma da cui siamo partiti per individuarne gli attori principali. In primo luogo c’è Eluana, la vittima designata, fanciulla sacrificale, tenuta artificialmente in coma vegetativo da diciassette anni con farmaci e nutrimento. Quindi l’esausta famiglia Englaro, che da tutto questo tempo sta conducendo una lotta strenua per cercare di esaudire la volontà della figlia di essere liberata dal giogo di una vita senza dono, senza la libera gratuità d’esserci, liberata da una violenza che ancora una volta, non a caso, viene inflitta alla donna, anelito di cui si è fatta supplica e preghiera il suo corpo e il suo volto. (L’attuale immagine di Eluana è stata interdetta alla stampa, per cui abbiamo sott’occhi solo quella della bella ragazza che era prima del fatidico incidente, ma è sufficiente quella che è stata resa pubblica di Terry Schiavo, per capire tutto l’orrore di quell’estrema condizione di vita in cui si è irrimediabilmente perso il suo primitivo istituirsi come atto di fiducia e di speranza.) Poi vengono gli Innominati, nella fattispecie degli apparati, dei poteri, quello religioso, quello politico, quello giuridico e quello medico-tecnologico, che, colludendo o collidendo furiosamente tra loro, non fanno altro che dimostrare che il loro unico interesse è aggiudicarsi il maggior potere riguardo il controllo sociale e quello globale sulla vita. In ultima istanza si trovano la società civile e la persona umana, sempre più smarriti, senza una reale identità e voce in capitolo su ciò che li riguarda più da vicino.

Ma vado oltre la pura ragione strumentale dei giochi attuali di potere, che non m’interessa più di tanto, essendo così da sempre (gli Innominati fanno il loro gioco, siamo noi che dobbiamo fare il nostro), perché sul corpo martoriato di Eluana si gioca ben altra partita, con ben altri attori, che solleva un sipario inquietante sulle sorti dell’umano destino, proiettandoci ex abrupto sullo scenario di uno scontro apocalittico senza precedenti.

Sulla base del mio sentire e della mia conoscenza degli stati liminari dell’anima al confine tra la vita e la morte, e degli eventi sincronici e archetipici che spesso l’accompagnano, questa è la lettura empatica che faccio.

Eluana non abita più qui

Quando come nel caso di Eluana, lo stato in cui si trova da diciassette anni è quello vegetativo, la sola dimensione attiva dell’anima è quella vegetativa, cioè delle funzioni vitali elementari (respirazione, circolazione, ecc.), mentre le altre due funzioni, quelle che l’antica sapienza psicologica aveva individuato nell’anima sensitiva e anima intellettiva, sono disattivate, ma non si può dire che siano estinte, perché continuano ad essere legate alla loro matrice vegetativa che, d’altro canto, continua a essere tenuta artificialmente in vita. Sono trascese, appartengono al cielo, e percepiscono a livello globale e sovrasensibile, ma costrette, confinate e imprigionate a forza in un corpo/sarcofago che sempre più non appartiene a loro ma alla terra, che da tempo lo reclama.

Per cui non è esatto dire che Eluana non sente nulla, che non soffre, tutt’altro, la sua sofferenza non è focale come noi la conosciamo, non è vissuta a livello della persona, ma è una sofferenza totale, cosmica, vissuta a livello transpersonale come sofferenza dell’intera anima dell’uomo, tant’è che l’hanno sentita milioni di persone.

Le funzioni animiche superiori di Eluana, per essere più precisi, sono state sequestrate e bloccate all’interno del tunnel della morte, e non possono accedere alla sorgente inebriante di luce che s’irradia al di là di esso, a cui anelano come al loro più grande bene; né, volendolo, possono più accedere alla luce conosciuta al di qua del tunnel, quella della vita reale dove si trova distaccata e gemente la loro parte vegetativa. Sono avvolte dalle tenebre, intrappolate. Ma da questa nicchia di notte senza luce, comunicano al cuore degli uomini.

L’umano e il non umano

Se allora ci poniamo la domanda cruciale con cui da parte degli Innominati si è cercato di dividere il mondo, cioè se Eluana sia viva o morta, la risposta, alla luce della psicologia degli stati liminari, non può darsi secondo la logica antinomica del principio di non contraddizione che ancora impera nella coscienza collettiva, e che consiste nel porre di volta in volta la verità in un solo polo con l’esclusione categorica dell’altro. E neppure può dirsi “indecidibile” secondo alcuni famosi teoremi matematici. La situazione esistenziale dell’essere che si trova in questa particolare circostanza comprende contemporaneamente sia il vivo che il morto, e può essere condensata in quella definibile come “non-morto”. Si esce da ciò che caratterizza l’umano per entrare nel regno del non umano.

Parafrasando Jung, una vertiginosa crescita della complessità e della criticità di una situazione, conseguente a violenti contrasti affettivi o a una disarticolazione radicale dei legami animici, specie se protratta nel tempo senza che si palesi una possibile via d’uscita, può provocare lo sfondamento dell’archetipo sul piano della realtà oggettiva, attraverso l’attivazione di una figura mitica carica di valenze simboliche negative, con conseguenze spesso catastrofiche.

La figura che in questo caso si è costellata, evocata a gran voce dall’Innominato religioso, spalleggiato da quello politico e col supporto di quello tecnologico (che tutti gli Innominati s’illudono di governare), è quella del Vampiro, già ampiamente attestata nell’immaginario collettivo attraverso la letteratura e il cinema. Nosferatu, il non-spirato, ha fatto irruzione sulla scena del mondo per reclamare il suo tributo di sangue umano, cioè per saccheggiare e impadronirsi dell’anima dell’uomo. Perché è quest’anima che continua a essere sistematicamente depredata dall’organizzazione psicopatica del sistema dei valori socio-culturali dell’Occidente, di cui ciascun Innominato vuol essere il più alto rappresentante. La chiesa in particolare.

L’Innominato e il Vampiro

Esistono infatti dei temi in comune tra la chiesa e il vampiro, di cui cito soltanto quello del culto del sangue, il tema sessuale/diabolico e quello della resurrezione dei corpi, che, seppure con diverse codifiche in ciascuno dei due, mantengono tra loro uno stretto rapporto simbolico, suscettibile nei momenti di crisi, quando i confini diventano incerti, di fondersi, commutandosi l’uno nell’altro.

Questo dissolvimento e mescolamento dei confini è tipico di quel non-luogo dell’anima, dimora ideale del vampiro, che Freud ha definito perturbante, in cui il terrore, suscitato da ciò che si presenta come assolutamente ignoto, non familiare, nasconde un familiare antico, sepolto ma non estinto, e sempre in procinto di ritornar tra i vivi per corromperne le menti e i cuori, depauperandoli spiritualmente. E come vita e morte si confondono tra loro, così ogni cosa si può rovesciare nel suo contrario e apparire altra da ciò che veramente è.

Nel caso specifico di Eluana, il vampiro sta nel tentativo disperato condotto con inaudita protervia dai suddetti Innominati di protrarre la vita fisica della ragazza oltre la soglia che madre natura aveva già perentoriamente indicato diciassette anni prima, facendo credere vivente proprio ciò che nega il vivente nella sua più intima essenza, santificandone l’agonia e la devastazione. Il vampiro è la hybris e l’onnipotenza dell’Innominato di volersi preservare materialmente all’infinito senza dover mutare.

Lo spettro simbolico di questa figura ambivalente, però, come di tutte le rappresentazioni dell’archetipo o del Sé, è molto ampio e comprende necessariamente anche valenze positive.

Il vampiro è infatti il fondamento inconscio su cui poggia ogni progetto di vita e di mondo, perché è la radice di vita più antica che esista, la matrice dell’animazione che germina nell’interdipendenza simbiotica materno-fetale, come totalità onnipotente e onnicomprensiva necessaria al costituirsi della nuova identità vivente. Ma in seguito, il suo protrarsi nel tempo o il suo ricomparire in seno all’identità adulta, a meno che non abbia un valore transizionale, è deleteria per l’alterità e la pluralità dei mondi, in quanto parassitaria, soggiogante e divoratrice di tutto ciò che è altro da sé, bramato nella sua parte più innocente, più fresca, più bella e spirituale.

Aggiungo solo che essendo una potenza dell’inconscio collettivo con un carattere di numinosità, il vampiro non può essere sconfitto con luci accecanti, croci, taglio della testa, pallottole d’argento o paletti conficcati nel cuore, vale a dire potenziando la razionalità, la scienza, o la fede nel dogma religioso. La sua morte è apparente, perché come c’insegnano molte varianti del mito ritorna sempre, cambiando aspetto o magari trasformandosi proprio in chi lo combatte con tali mezzi.

Nei termini della psicologia del profondo, si dice che quando si costella un trascendente con aspetti orrorifici, la prima cosa da fare è riconoscerlo, quindi bisogna cercare di entrare in rapporto dialogico con lui. S’inizia allora un processo d’integrazione e trasformazione della psiche che alla fine muterà noi e lui contemporaneamente. Su scala sociale ad esempio, secondo Silvia Montefoschi, il vampiro ci consegna all’interdipendenza fusionale e concretistica, sigillo di omologazione, che è in sostanza l’obiettivo di tutti gli Innominati, ma una volta riconosciuto ed elaborato, si ha la possibilità di accedere al piano dell’intersoggettività, che equivale a rapportarci con ogni diverso non più nella direzione vampiresca soggetto-oggetto, ma in quella di soggetto-soggetto, arrivando così a realizzare il maggior grado di libertà concessa all’uomo, corrispondente alla piena attuazione del suo compito storico e universale.

La redenzione dell’Innominato

Ma può esserci un’altra via per raggiungere l’umano? Nella vicenda letteraria dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, l’Innominato è una figura psicologicamente molto complessa in cui l'autore fa svolgere un dramma spirituale che affonda le sue radici nei meandri dell'animo umano. Figura malvagia, che incute timore e rispetto, è quel potente a cui Don Rodrigo si rivolge per attuare il piano di rapire Lucia Mondella. In preda a una profonda crisi spirituale, scorge però nell'incontro con lei un segno, una luce che lo porta alla conversione.

Lucia di Manzoni, come Mina del romanzo Dracula di Bram Stoker, è riuscita quindi a evitare in tempo la vampirizzazione. Così invece non è stato per Eluana Englaro, tenuta prigioniera dal vampiro per diciassette anni in attesa di farla diventare sua sposa per l’eternità.

Ma la fanciulla cristica conosce una ben altra eternità, ed è proprio da questa che continua sommessamente a parlarci, scuotendo i nostri cuori per levar fuori quell’umano che si trova in palese difficoltà di nascita.

Per la chiesa cattolica, evidentemente, Cristo non è mai risorto dalla croce, tant’è vero che è proprio questa icona di dolore il suo simbolo identificativo, cui è attaccata e al quale non può rinunciare pena il venir meno del suo compito salvifico. Che ci dimostra, anche abbastanza apertamente, che non è tanto Cristo che ha il potere di salvare, ma la chiesa. Per cui qualcuno ci deve sempre essere là, inchiodato, a patire le pene dell’inferno, altrimenti scompare anche chi salva chi.

Secondo Jung, qualsiasi creatura dell’uomo, specie se modellata con l’intento di garantirgli una maggiore sicurezza, potere e benessere, può sfuggire al suo controllo e costituirsi come complesso autonomo in grado di dominarlo. Tali sono senz’altro gli Innominati con cui ho voluto indicare i poteri e gli apparati costituiti, che non sono quindi malvagi di per sé, se non per ciò che li facciamo essere come istituzioni totalitarie, dato che gli Innominati sono formati dai Nominati che siamo tutti noi.

Per concludere, riuscirà questa sommessa voce dell’anima, razziata e martirizzata, a penetrare nelle mura funeree dell’Innominato, cioè del nostro complesso autonomo, ormai sufficientemente pronto ed equipaggiato tecnicamente a vampirizzare l’intera umanità (comprendendo con questo termine l’intero vivente), per offrirgli quella luce di verità e amore vero per la vita, che ormai più non conosce, affinché si redima?

© Baldo Lami


* Articolo pubblicato su IS intellettualistoria2 (sito web) il 20.02.2009


Autore: Baldo Lami - data: 2009-02-20 tag: eluanaenglaro chiesacattolica innominato vampiro

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