La redenzione di Narciso
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Il nesso universale, intimo, armonico, non esiste, ma deve esistere.
(Novalis)

«Non ci separa l'immenso mare, né un lungo cammino, né i monti, né città chiuse da mura: solo poca acqua ci tiene disgiunti, e tanto piccola è la distanza che ci potremmo toccare. Ardo d'amore e gli tendo le braccia, allora lui pure mi tende le braccia, gli sorrido e lui mi sorride, gli parlo e mi parla, ma non sento quello che dice.»

Così ci narra Ovidio, nelle Metamorfosi, in alcune tra le pagine poeticamente più belle tra tutti i miti tramandatici.

Ma lo spirito greco, nella fase di passaggio dal sistema di pensiero mitico a quello dialettico, perdendo le ultime tracce di memoria collettiva degli avveni­menti cosmici verificatisi in «illo tempore», perdeva anche la possibilità di stabilire un rapporto d'identità tra questi e quanto credeva di scoprire al suo interno come sua produzione originale.

L'uomo greco, già al tempo di Omero, non poteva pertanto più guardare ai miti, che di quegli avvenimenti portavano anco­ra l'eco, se non come oggettivazioni di esperienze umane fondamentali.

E neppure lo poté Freud che, collocan­dosi sulla stessa linea di pensiero, anche se giunto a uno dei suoi apici di maggior comprensione, resta pur sempre prigio­niero del metodo oggettivante dello stes­so, per cui Narciso viene colto al solo livello di fenomenologia psichica e non, per esempio, come ponte di passaggio dallo psichico allo spirituale - evento simultaneamente umano e dell'essere tutto - che è l'essenza e il messaggio più profondo del mitologema.

Ma cerchiamo di seguire Narciso lungo il percorso che lo condurrà a quella singolare stazione di frontiera rappresen­tata dal rispecchiamento e, da questa, alla trasformazione finale attraverso il passaggio della morte.

Ci serviremo, per questa prima parte, del racconto ovidiano, ricco di intuizioni veramente illuminanti e di elementi essen­ziali alla comprensione del motivo mitico come, ad esempio, la figura di Eco e la sua «passione», presente solo in questo contesto narrativo, mentre utilizzeremo successivamente lo stesso, e le altre versioni, come varianti tra di loro rispetto al tema della morte.

L'antefatto. Narciso nasce dall'unione di un dio fiume con una ninfa di fonte. Tiresia, il veggente, fece alla madre la profezia che il figlio sarebbe vissuto fino al momento in cui avesse fatto conoscen­za di sé.

Fanciullo stupendo e superbo, narra il mito, giunto all'età di sedici anni poteva già contare numerosi amanti re­spinti di ambo i sessi.

Tre appaiono dunque, sin dall'inizio, gli elementi costitutivi fondamentali su cui si struttura e si articola l'intero racconto: l'acqua, materia prima di generazione e rigenerazione; la profezia, il pre-vedersi dell'essere attraverso l'occhio della cono­scenza dell'uomo (non a caso Tiresia è cieco!) e l'innamoramento, l'imprescindibi­le processo che necessariamente li con­nette.

La risposta ai primi due interrogativi che ci vengono incontro (perché Narciso non s'innamorava e perché tutti s'innamo­ravano di lui) risulterà chiara man mano che ci addentreremo nei substrati simboli­ci della vicenda.

Narciso un giorno, mentre era a caccia di cervi in una foresta, avvertendo un rumore gridò se ci fosse qualcuno. La ninfa Eco, che si era innamo­rata di lui e lo seguiva di nascosto, ripetendo le sue ultime parole gli rispose.

Narciso è dunque alla ricerca del senso della propria vita, ovvero della propria pulsione individuativa rappresentata dal cervo, anche se sarebbe meglio dire che questa sua stessa pulsione lo spinge sulla via della presa di coscienza tant'è che s'imbatte in Eco, la propria anima, che è ad un tempo la sua funzione di mediazione.

Questo è quanto può dirci anche la più tradizionale delle letture junghiane che, tuttavia, sarà utile portare avanti fino alla dissoluzione di Eco, figurando questo evento anche il dissolvimento dei motivi che giustificano tale approccio.

Eco in Narciso. Inizia allora tra i due una sorta di dialogo ancora molto infantile, poiché questo femminile non è dotato di parola propria ma solo della capacità di ripetere le parole altrui, proprio come i bambini che nella prima fase del loro parlare ripetono le ultime parole dei grandi. Eco cioè, che inizialmente doveva essere stata una grande parlatrice (narra infatti il mito che a tale stato fu ridotta da Era a punizione per averla distratta con le sue favole dalla sorveglianza di Zeus), si trova perciò incapace della funzione spirituale che le è propria (la parola), in quanto le è stata negata dal sistema conscio collet­tivo rappresentato dalla società degli dei, ormai corrotta.

L'anima di Narciso, incapace di mediare tra io e inconscio, cerca di trascinarlo a realizzare il dialogo interiore in un vagheggiamento solipsistico assoluto (narcisismo), che ha il suo contraltare nel concretismo immediato dei rapporti, non solo omosessuali; Eco fa infatti per abbracciare l'amato quando interviene l'atto eroico costituito dalla rinuncia all'ap­pagamento immediato (Narciso sfugge all'abbraccio), sacrificio che apre contem­poraneamente il varco all'avventura spiri­tuale dell'essere.

Narciso è perciò sensibile, recepisce i moti della propria anima con cui ha cominciato a stabilire un rapporto di interlocuzione, ma scansa la presa, elude l'identificazione possessiva di questo «echeggiare» interno che lo avrebbe inevi­tabilmente trattenuto e imprigionato nel mondo nynfico.

Si potrebbe anche dire, facendo una distinzione più sottile, che Narciso, non facendosi prendere da Eco, non dà ascol­to alla sua «eco» esteriore, voce che gli viene riflessa dal sistema dei valori socio­culturali, ma dà ascolto alla sua «eco» interiore, attuando la mediazione sebbene a un livello ancora non completamente conscio.

Narciso in Eco. Mutando punto d'osser­vazione, l'interpretazione del tema mitico, dalla parte di Eco, ci porta nientemeno che all'attuale dramma della donna mo­derna, impegnata nello strenuo tentativo di soggettivazione al fine di poter riacquistare il dono della parola perduta. Narciso, allora, rappresenta quel nuovo animus che nella donna è ora divenuto consapevole di sé, il progetto individuativo che schiude alla nuova dimensione sociale e universale, che vede uomo e donna non più nei vecchi ruoli di soggetto cono­scente l’uno e oggetto muto di conoscenza l’altra, ma come partners di quella coniunctio che è possibile solo quando i due guarda­no insieme al punto in comune sopra di loro.

Narciso, spirito sorgente, impedisce quindi alla donna di cadere nell'immediatezza e nella coazione a dipendere, ope­rando quella meravigliosa metamorfosi che la conduce alla “dematerializzazione” del corpo femminile come concetto-so­stanza con cui è stato conosciuto e concepito dall'intera umanità fino ad ora. Narra infatti il mito che Eco, consumata dallo struggimento d'amore, restacon le sole ossa, tramutate in sassi, e la voce, errabonda in valli solitarie.

La pietra e l'eco. Il poeta di questo straordinario racconto non poteva rappre­sentare meglio le due fondamentali carat­teristiche della stessa sostanza di cui è fatta tutta la materia vivente: la pietra e l'eco, il suo riflesso, che sono poi il «fisso» e il «volatile» per gli alchimisti.

La pietra è la materia compatta, il nocciolo duro e indistruttibile, centro di tutte le cose, la concentrazione e la sintesi delle conoscenze che l'essere ha raggiunto di sé e fermato in un dato momento. Ma «pietra» nella metafora biblica è anche la parola, la verità detta, Cristo stesso e chi in lui si riconosce: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò il mio regno» (Matteo 16:18).

Ma se la pietra è la parola data, primo atto della manifestazione nel suo di-spiegarsi, «eco» è allora il riflesso di questa parola, il suo pensarsi: verbo che, dopo essersi parcellizzato nella parola/pietra e propagato nello spazio cosmico circostante fino ai suoi estremi limiti conosciti­vi, ritorna ora al centro d'emanazione affinché questi prenda sempre più co­scienza di sé, scoprendo i nuclei di nuove progettualità.

Narciso, quale novum del discorso, s'inserisce pertanto in questa catena di eventi cosmici, costituendosi come se­condo atto di quella stessa funzione primaria dell'autoriconoscimento rappre­sentata da Eco: la visione nasce infatti quando tutto il detto è stato recuperato a sé.

La natura dell'eco. C'è però un particola­re che non può essere assolutamente sottovalutato: Eco è un lamento (ripete infatti Ia ninfa le ultime parole di Narciso al momento della sua morte).

Questo fatto getta una luce veramente singolare sulla natura di questo riflesso, facendone l'aspetto simbolico e segnico più caratteristico di tutto quel patire del femminile, materia-corpo dell'intera crea­zione, che porta in sé il dramma della lacerazione che sancì la distanza del soggetto conoscente dall'oggetto cono­sciuto col quale, d'allora, fu costretta a identificarsi; distanza che di volta in volta essa anela ad annullare per ricomporre l'unità originaria.

Eco, la pietra che geme, riveste perciò tutta una serie di valenze mitico-religiose: è la Psiche peregrina e sconsolata della favola di Apuleio alla ricerca di Eros, l'amante divino; è la Sofia degli gnostici che, scacciata dal pleroma celeste, vive frammentata nella materia da lei stessa prodotta, drammaticamente in sospeso tra la dimensione superiore spirituale e quella inferiore materiale; è la Shekinah dei cabalisti, aspetto femminile di Dio e ultima delle Sephiroth che, esiliata sulla terra, ha scritto con le lacrime l'intera storia dell'esistenza. È, infine, la stessa dimensione dell'anima.

Narciso, come dicevamo, sente profon­damente questo richiamo ma ne avverte istintivamente anche il pericolo, che è quello di restare intrappolato negli infiniti meandri delle tante voci che si rincorrono, si accavallano e si disperdono nel brusio indifferenziato del mondo. La psiche, che a questo livello è essenzialmente mondo del rispec­chiamento sonoro, è il mondo delle sirene, di cui l'ultima immagine, il Sé, la sua totalità, è quella che esercita sull'uomo la fascinazione più subdola ed esiziale nel senso dell’indifferenziazione e della frammentazione.

Esemplare è, a questo proposito, la drammatica situazione in cui si sono venuti a trovare oggi i fisici atomici che, attirati dall'«eco» triste e seducente prove­niente dalla materia (la pietra), cercano di svelarne il segreto inseguendolo in antri e recessi sempre più profondi.

Ma il Sé è anche una soglia e una dinamica, comprende tutto lo psichico ma lo trascende, comprende l'universo atomico ma è innanzitutto lo specchio (soggetto super-riflessivo) in cui questo arriverà a riflettersi per intero, tramite il pensiero dell'uomo, man mano che da esso si libereranno i pensati in cui la conoscenza si era oggettivata parcelliz­zandosi.

II rispecchiamento. Siamo così arrivati all'ultima azione del dramma mitico, quella del rispecchiamento, in cui stupore, pa­thos, inganno e verità si danno nello stesso tempo in una coincidenza e in una scansione immaginativa di rara po­tenza.

Ma cosa esattamente vede Narciso e cosa lo fa a tal punto innamorare? Innanzitutto egli «vede», poiché solo il «vedere» è l'atto in cui si dà la conoscenza predetta da Tiresia, a differenza del «guardare», l'atto della percezione ordina­ria, in cui si dà l'oggetto al punto focale della visione binoculare che lo pone perciò come esclusivamente altro da sé. Nel «vedere», invece, il fuoco in cui si pone l'altro si trova nello stesso occhio che guarda, che in tal modo non può essere che uno: il terzo occhio.

Ciò che pertanto Narciso vede come fosse sé stesso, I'imago desiderante di cui s'innamora, è l'identità tutta di tutte le cose che solo si può cogliere se si accede alla dimensione universale dell'es­sere, anche se questa identità, ancora per il momento, non può che restare confinata all'interno della singola visione ipse-riflessiva.

II rispecchiamento è la borderline della coscienza, segnante il fallimento totale di tutti gli schemi e i parametri fondamen­tali di riferimento; destruttura un sistema per prepararne uno nuovo.

Le quattro vie. Narciso, come l'innamo­rato dei Tarocchi, si trova ora però ad un bivio, doppio bivio per la verità, quattro essendo infatti le strade che può percorre­re come quattro sono le versioni principali del mito (contrapponibili in doppia polari­tà) che a questo punto si differenziano.

La prima versione della prima coppia è quella nota della consunzione che vede Narciso struggente d'amore, come già Eco di lui, perdere le sue meravigliose fattezze umane per rinascere, dopo la trasformazione della morte, su un piano più elevato di coscienza rappresentato dal fiore.

La consumazione di Narciso, a differenza di quella di Eco, non lascia tracce materiali corporee sul terreno, a significa­re che questo è un livello di unificazione (sintesi) e non di separazione (analisi).

La seconda versione è quella del suici­dio in cui Narciso, stretto dalla contraddi­zione della contemporanea positività e negatività dell'essere (l'immagine che una volta apparsa scompare al minimo tocco delle dita o al minimo soffio dei vento), si uccide trafiggendosi con la spada, emblematico atto di volontaria consegna alla potenza trasformativa dello spirito che lo sta traversando. II fiore, a cui perviene, rivela qui la sua matrice simboli­ca nel sangue dell'uomo.

Con questo secondo atto eroico (il sacrificio di sé come egoriferimento) Nar­ciso spezza i limiti della forma umana quale struttura conoscitiva inerente al pensare antinomico, rivelandosi per uno dei più grandi personaggi mitici esistenti e archetipo stesso di tutti i grandi eroi dello spirito.

Queste due prime versioni dei mito rappresentano le due vie maestre che da sempre nelle tradizioni di tutti i paesi hanno caratterizzato la ricerca mistico­-filosofica dell'uomo: la via umida, femmini­le, sacerdotale e la via secca, maschile, regale. Queste strade che una volta si contrapponevano quasi dogmaticamente, oggi, alla luce della coscienza cristica, non hanno più modo di presentarsi come tali nella forma in cui si sono concretizzate storicamente, rappresentando i poli di un'unica dinamis che già si dà spontanea­mente nella dimensione riflessiva indivi­duale.

La prima variante della seconda coppia, di quelle che a uno sguardo superficiale appaiono versioni minori del mito, solo perché di fonte tarda, è invece costituita dall'annegamento in cui Narciso incorre per essersi sporto troppo ad osservare la sua immagine. L'arco riflessivo, forte­mente teso e ripiegato su se stesso nell'estremo compiacersi di sé, porta le due estremità a congiungersi per cui il soggetto conoscente, annullando lo spa­zio conoscitivo che gli aveva consentito di conoscere, torna ad aderire immediata­mente col conosciuto in cui si rispecchia, collocandosi e scomparendo in quest'ulti­mo.

Questo collabimento sembra necessa­rio al salto specifico generazionale, conse­guente al fatto che la materia scarica su se stessa la tensione creativa che pur aveva concepito, per ri-concepirsi in termini di nuova materia. È questa, ab initio, la catastrofe generatrice della storia.

La seconda versione di quest'ultima coppia è meno nota delle precedenti, ma certamente la più poetica ed anche, se vogliamo, la più trasparente sotto il profilo ermeneutico: Narciso, specchian­dosi nelle acque, ritrova nel proprio rifles­so l'immagine dell'amatissima sorella che era morta e a cui sperava ardentemente di riunirsi.

L'allusione alla rottura e alla ricomposi­zione dell'androgino originario è palese, solo che in questo caso l'incesto, che è incesto fratello-sorella, è compiuto a livello simbolico (la «coniunctio» junghiana), mentre nel primo caso l'incesto, che è incesto figlio-madre, avviene a livello concretistico oggettuale (il figlio dell'ac­qua si reintegra nell'acqua madre).

Anche questa dicotomia, quella tra il concreto e il simbolico, oggi appare superata nella nuova visione che l'essere ha raggiunto di sé in cui i due termini appaiono come aspetti diversi della stes­sa energia: entropica la prima, neghentro­pica la seconda.

È facile vedere in queste quattro possi­bilità trasformative che si schiudono alla riflessione dell'eroe le quattro fondamen­tali categorie junghiane: il sentimento (nella consunzione), il pensiero (nel suici­dio), la sensazione (nell'annegamento) e l'intuizione (nella coniunctio). II fiore le sintetizza e le trascende tutte.

La morte di Narciso, al centro di questa croce cardinale, ci appare adesso in tutta la sua portata escatologica, rappresentan­do il compimento dell'incesto quale rap­porto dinamico dell'intera evoluzione co­smica, in cui la spazialità orizzontale (entro la quale si danno le forme viventi secondo il vecchio ordinamento) viene lacerata per l'inserimento violento della progettua­lità divina, che è poi quella umana, in quanto massima potenzialità conoscitiva, che salta su se stessa lungo l'ordinata verticale del tempo.

Narké. Quanto abbiamo detto ci porta direttamente a quel carattere che sintetiz­za il significato di Narciso come transfert, come passaggio da uno stato a un altro di coscienza, rintracciabile nella stessa etimologia della parola: nàrkissos deriva da narké che vuol dire stupore, torpore, sonno.

II narciso ebbe infatti nel mondo antico un importante ruolo e senso simbolico nella religione dei Misteri e nel culto dei morti. Core stava raccogliendo dei narcisi quando fu violentata e rapita da Ade, che la portò con sé nella dimora oltremon­dana, per cui narcisi vennero offerti nelle cerimonie sacre in onore di Demetra e corone di narcisi vennero poste sulle tombe o sul capo dei morti per assicurare loro un buon viaggio nell'aldilà.

L'elemento narké, con le sue qualità ipnotiche e stupefacenti, assicura la ne­cessaria obliterazione degli schemi ego­razionali della coscienza diurna, affinché si possa rivisitare senza traumi il progetto originario del proprio destino, deposto e sedimentario negli strati più profondi dell'essere; destino che ogni volta va ridiscusso.

La necessità di questa obliterazione è data dall'univocità del nostro sistema conoscitivo che perpetua la scissione degli archetipi in aspetti contraddittori tra loro, secondo l'ordinamento demiurgi­co, al fine di garantire lo stallo dei processi entropico e negaentropico  del­l'energia.

Narciso che s'innamora della propria immagine contravviene a tale ordine, invertendo il moto energetico, salvo però a ricadere immediatamente nell'univocità nella misura in cui crede di esperire ed esaurire il tutto nel particolare del proprio riflesso, non potendo ancora riconoscere in questo il tramite del rispecchiamento universale.

È per questa ragione che Narciso rappresenta il mito della morte come necessità e ineluttabilità insita nel proces­so stesso della metamorfosi, proprio perché significativo di una coscienza legata alla forma. Ed è ancora per questa ragione che la riflessione, scaturita dal dramma del «vedere» dei soggetti riflessivi individuali, deve essere portata in seno all'essere tutto per essere metabolizzata e dinamizzata in vista del nuovo piano di coscienza collettivo. II rispecchiamento post-mortem di Narciso nelle acque infer­nali dello Stige, nel racconto di Ovidio, ha questo significato.

L'inseguimento. Tutta la favola mitica, che la stessa Eco sembra narrarci ripeten­do in realtà le storie che noi raccontiamo, è imperniata sul gioco dialettico del darsi e negarsi condotto dall'antica sapienza dell'essere, tramite gli opposti speculari tra loro, affinché da ciò scaturisca la tensione sufficiente alla creazione del terzo, il nuovo dai due, portante in sé la sintesi degli stessi su un piano più elevato. Questo inseguimento dei due elementi della coppia polare costella tutto il mito di Narciso e persino lo precede. Eco è infatti legata al mondo di Pan, il dio capro della natura selvatica e dell'imme­diatezza pulsionale, noto per i suoi tentati­vi spesso infruttuosi di impossessarsi della ninfa; schema, questo, che si ripete nel mito in sequenza evolutiva: Eco inse­gue inutilmente Narciso e Narciso insegue inutilmente la sua immagine. Questo vuol dire che è la stessa pura forza della natura (Pan) a farsi pura riflessione (Narci­so) attraverso la mediazione dell'anima (Eco).

Le due iniziazioni. Amanti sublimi (del Logos attraverso l'Eros, l'una, e dell'Eros attraverso il Logos, l'altro), impeccabili guerrieri (nel contempo inseguiti e inse­guitori), ineffabili sacerdoti (sacrificanti e vittime sacrificali), entrambi alla fine puro riflesso (acustico e visivo), Eco e Narciso esprimono la stessa tensione auto-eroti­co-conoscitiva dell'essere secondo regi­stri e moduli spazio-temporali propri.

In rapporto alla riflessione, culmine di tutto il processo, in quanto rimando, restituzione ontologica del dato, riappro­priazione dell'amore di sé tramite l'amore per l'altro, sia nel rapporto individuale che nel rapporto micro-macrocosmico, Eco e Narciso ci additano anche due diversi gradi d'iniziazione o livelli di cono­scenza, rappresentati oggi, per noi, da due diversi modi di fare analisi: Eco, quella che si attua al livello del «sentire», che è la dimensione peculiare dell'anima, e Narciso, quella che si attua al livello del «vedere», che è la dimensione peculia­re dello spirito.

La caratteristica specifica dell'umano non è la psiche in sé, ma è quella di dare parola alla psiche. Ma facendola parlare, facendola dire di sé tutto il dirsi della relazione soggetto-oggetto di cui è funzio­ne mediatrice, la si porta a compimento e a termine: l'inconscio è finito, l'interno è diventato come l'esterno, la pietra si è fatta luce.

La psicoanalisi ha esaurito il suo compi­to d'istituto per cui era nata come analisi della psiche ed è arrivata a superare sé stessa. Comincia ora la grande sintesi delle conoscenze che si sono date nelle immagini parziali del mondo che l'umanità ha prodotto nel corso della storia - e che sono quelle che lo hanno formato così come noi lo vediamo - nella visione unitaria del cosmo, ormai consapevole di sé, «unico grande Narciso nell'atto di pensare a se stesso».

L'ultima morte. Ma per arrivare alla parola assoluta, quella che, riprendendo ancora Ovidio, si dice ma non si sente, che è il puro pensiero che si raggiunge con la contemplazione, è necessario an­dare oltre la morte gloriosa dell'eroe.

Narciso perciò, in definitiva, nel suo atto di estremo affidamento con cui si consegnò alla storia nelle vesti leggiadre del fiore ermafrodita e palingenetico, ci addita anche la via dell'ultima anabasi: il superamento dell'antropos.

 © Baldo Lami


*
Articolo pubblicato sulla rivista L’immaginale (rassegna di psicologia immaginale), n. 10, anno 6°, aprile 1988, pp. 83-91.

NOTA

Le quattro versioni del mito citate sono nell'ordine:

1) Ovidio, Le Metamorfosi, 3.339;

2) Conone, frg. 24;

3) Plotino, Enneadi, 1.6;

4) Pausania, Periegesi della Grecia, 9.5.

L'ultima citazione è tratta da «Psicoanalisi delle acque» di G. Bachelard.


BIBLIOGRAFIA

G. Bachelard, Psicoanalisi delle acque, Edizioni Red

P. Bertoletti, Mito e simbolo, Edizioni Dedalo

M. Bulteau, Mitologia delle figlie delle acque, Ecig

C. Castaneda, Una realtà separata, Astro­labio

M. Eliade, Miti Sogni e Misteri, Rusconi

J. Hillman, Il sogno e il mondo infero, Ed. Di Comunità

C.G. Jung, Risposta a Giobbe, II Saggiatore

S. Montefoschi, Jung. un pensiero in divenire, Garzanti

- Il sistema uomo, Cortina

- Essere nell'essere, Cortina

- La coscienza dell'uomo e il destino dell'universo, Bertani

C. Pascal, L'oltretomba dei pagani, Edizioni Alkaest

G. Rosati, Narciso e Pigmalione, San­soni

P. Zweig, L'eresia dell'amore di sé, Feltrinelli

AA. VV., Lo specchio e il suo doppio, Fabbri Editore


Autore: Baldo Lami - data: 1988-04-06 tag: narciso

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