I grandi film del 1996: "Bogus"
(lettura psicoantropologica)
      Stampa questa pagina Torna elenco articoli

La prima scena del film ci introduce alla dimensione fantastica del reale che, per il piccolo Albert, è rappresentata dal circo del Mago Antoine, dove sua madre lavora come ballerina acrobata, partner del ma­go. Essendosi il padre naturale eclissato poco dopo la sua nascita, sarà proprio il mago a costituire il polo maschile-paterno di identificazione, ricostituendo insieme alla madre la coppia genitoriale mitica.

Il succes­sivo sviluppo della sua storia lo porterà a1 doloroso e storico passaggio dal mito in­fantile alla realtà umana concreta in cui, superando l'impatto traumatico delle dolorose perdite affettive che ancora imperversano su di lui, poter recuperare l'incanto dell'oggetto d’amore perduto nella muova forma che l'essere ha predi­sposto.

Così, dopo avere recuperato la coppia genitoriale mitica, questa si infrange nuovamente in modo ancora più devastante del precedente: la madre muore in un incidente stra­dale sulla via del ritorno a casa. Al funera­le, vedendo visi piangenti e tristi, mentre lui vorrebbe leggere il compito scolastico ormai finito che stava svolgendo al mo­mento dell'ultima telefonata della madre, scappa gridando che lei non sarebbe mai stata triste. (II tentativo di rimozione del lutto per risolverlo magicamente è fortissimo).

Resterebbe il padre-mago, ultimo baluardo alla totale scomparsa del mondo, ma questi rifiuta di accoglierlo nel circo col motivo che non avrebbe potuto essere quella casa formativa e stabile di cui aveva bisogno.

Dal tribunale viene allora affidato alla sorella adottiva della madre, donna di colore, che male ha accolto l'invito del­l'avvocato testamentario di occuparsi del piccolo, pena l'orfanotrofio. L'eredità mondana si annuncia così estremamente disastrosa se Albert (etimologicamente: uomo illustre, nobile) non avesse in serbo ben altra eredità: Bogus. l'amico immagi­nario, che nel film non poteva essere meglio in­terpretato che da un attore dello spessore e della carica umana di G. De­pardieu.

Eccoci quindi al tema del doppio transi­zionale, di cui questo film ci offre un'in­tuizione impareggiabile circa la sua vera natura e la fenomenologia del suo apparire nello spe­cifico delle situazioni estreme. Sì, perché Albert, lasciando il circo oltre alla casa materna, si trova improvvisamente in una situazione di doppia perdita e doppio lut­to, che configura nel suo complesso l'af­fondamento catastrofico del mondo affet­tivo-fantastico in cui viveva.

E ad aggrava­re ulteriormente la situazione c'è il fatto che Harriet, la sorella nera adottiva della madre del bambino, si colloca come ca­rattere e tipo umano, diametralmente al­l'opposto della madre: non madre per scelta, anaffettiva, scorbutica, materiali­sta, razionale e in perenne conflitto con la società di cui condivide la logica.

Questa madre “cattiva” si presenta così come lo specchio delle contraddizioni e delle la­cerazioni in cui giace il mondo ipercon­creto dell'uomo “adulto” di oggi. Impossibile, quindi, che possa essere lei ad aiutarlo a ricostruire un mondo vivibile.

L'opera di Bogus si annuncia perciò difficilissima, ma delicato è il suo tocco - nonostante la gigantesca mole - dolce e rassicurante la sua parola, profondamente umana e poetica la sua immagine/presenza.

Guardiamo allora cosa il cinema insegna alla psicoanalisi su questo tema, ma che solo la psicoanalisi contemplativa può leggere.

Bogus è la manifestazione e l’epifania dello spirito, pensiero o riflessione (alla domanda di Harriet su cosa stesse facendo, Albert, su invito di Bogus, risponde “rifletto”), là dove si vede che l'atto del pensiero è sempre un dialogo a due, tra l'uno e l'altro. Bogus è l'altro.

Rispondendo “amico” alla domanda sul significato di “Bogus”, la maestra replica che il termine in inglese vuol dire “finto”, “che non c'è”: ma Albert reagisce con forza affermando che Bogus è invece vero, reale, ed anche in quel momento presente. Interessante come dalla struttura educativa di base della società, si insista a negare l’”evidenza” dell'altro, cioè della nostra radice psicologica più significativa.

Bogus è inoltre spirito “adattativo”, del presente “qui ed ora”: fa di tutto per far accettare il dato di realtà che si è imposto, perché è la verità del momento, che nulla perde però della verità mitica precedente, che anzi conserva. Semplicemente la ridisegna, tessendo la trama della relazione con l’altro/”amico” del momento e strutturando, attraverso questa, lo spaziotempo dell’abitare umano. Tant'è che Bogus appare anche ad Harriet, e la danza che alla fine farà con lei avrà la funzione di riconsegnarla all’amore, rimosso, per la madre (di cui è stata anch'essa orfana in tenera età), affinché possa riconoscersi madre in rapporto al piccolo Albert, e, perché nò, anche di quel “progetto” d'amore verso l'altro maschile che già si è a lei proposto.

Si svela così la vera essenza di Bogus: il pensiero dell'amore infinito che interviene nei momenti estremi di passaggio, quando tutto sembra finito e si tratta di decidere se morire-per-morire o morire-per-rinascere. Lui opta per la rinascita. Questo è il miracolo, la vera magia che nessun mago del circo può compiere, anche perché si può compiere solo in due, e comporta i processi di entrambi e un mondo in comune.

© Baldo Lami

* Recensione del film Bogus, di Norman Jewison (Usa 1996), pubblicata su Letture contemplative (frammenti della visione) n. 3, anno 1999.


Autore: Baldo Lami - data: 1999-10-15 tag: bogus

Le attività
 
Rassegna film d'anima
Sostegno psicologico abuso
Genogrammi familiari
Psiconcologia
Psicoembriogenesi
Immagini dell'aldilà
Angelica Mente
Mi curo da solo

Prossimo evento

Nessun evento in programma