Incontri con Elvio Fachinelli (testimonianza)
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Raccolgo l’invito dello psicanalista milanese Francesco Pazienza, espresso con i suoi tre grazie in memoria di Elvio Fachinelli nel ventennale della sua morte, per formulare anch’io il mio ringraziamento a questa figura di maestro dell’inquietante sapere  o del desiderio dissidente, com'è stato definito, che ho conosciuto negli anni settanta. Quelli furono infatti anni di grande fervore intellettualistico, dove fermenti culturali diversi ed eterogenei venivano a incontrarsi, integrandosi o collidendo con grande violenza. Pochi come lui hanno cercato di dare una risposta evolutiva – o meglio hanno cercato di farla emergere dal basso – alle inquietudini delle giovani generazioni, di cui io mi consideravo parte, nonostante già sposato e con una figlia.

A seguito di una proposta che Fachinelli fece durante un incontro con gli studenti della prima facoltà di psicologia apertesi a Padova in quegli anni, al cui corso di laurea mi ero iscritto, si costituì a Milano nel 1976 un gruppo autogestito e autoformativo veramente originale. Non un gruppo di analisi quindi, perché a carattere sperimentale e per questo gratuito. Una sorta di laboratorio psico-socio-politico in cui, attraverso il negarsi di Fachinelli come figura magistrale detentore del sapere-potere, si poteva prendere coscienza della dimensione sociale della psiche e cosa significasse l’abbandono delle strutture autoritarie responsabili di quel sistema di deleghe che mantiene l’uomo in uno stato di dipendenza infantile dall’autorità.

Il gruppo, non ricordo più con quale frequenza, si riuniva in casa di Lea Melandri, di grande fascino e intelligenza femminili che equilibrava sapientemente l’eloquenza, non sempre silente, di Fachinelli, contribuendo spesso a rovesciare il punto del discorso su cui il gruppo veniva di volta in volta a convergere. Ma era un tempo di continui rovesciamenti quello, e nel gruppo se ne stava preparando uno totalmente inaspettato, di totale ribaltamento.

Verso la fine del primo anno di attività, in cui era previsto che avrebbe dovuto sciogliersi, quindi già in fase di lutto anche se non consapevole, entrarono in gruppo Giorgio Gaber e un docente di antropologia culturale di cui non ricordo il nome.

Quest’ultimo ci mise subito sull’avviso che la chiave di lettura analitica non si sottraeva all’uso del potere neppure nella versione problematizzante e antiautoritaria di Fachinelli, e che meglio si prestavano a tale scopo quelle analogico-intuitive delle cosiddette scienze alternative come l’astrologia e i tarocchi (che da lì appresso trovarono nella New Age un nuovo terreno su cui rinverdire). La carta dei tarocchi che fece estrarre a caso per individuare lo stato d’animo del gruppo in quel preciso momento fu “La Morte”. Un’ombra appena percettibile attraversò fugace la fronte spaziosa e lo sguardo onesto e aperto di Elvio.

Il docente dichiarò infine che nell’esaminare gli studenti del suo corso di laurea, il parametro su cui si basava per convincersi a promuoverli o meno, non stava nella giustezza contenutistica della loro risposta, ma nella musicalità con cui rispondevano. Fachinelli qui sembrò ridere divertito. Ma il mio asse di riferimento su cui imperniare la mia prospettiva analitica e la mia visione del mondo cominciò paurosamente a ballare. Ma fu in successivo incontro che mi si spalancò il baratro.

Giorgio Gaber rivolgendosi repentinamente a Elvio, con quella sua tipica gestualità con cui riusciva a comunicare emotivamente col pubblico, gli disse: “Ma tu chi sei? Dove sei? Di cosa sei fatto? Non ti sento, non ti percepisco, sei solo mentale, sei tutto testa!”. Il dado era tratto. Ero diventato schizofrenico, simbolicamente parlando, diviso drammaticamente tra due amori. Fachinelli rispose pressappoco così: “E tu cosa credi di trovare con questo sentire, la realtà così com’è? La verità delle cose? L’altro nella sua più intima essenza?”.

Il gruppo era finito, anche se resistendo alla morte volle continuare per un altro anno ancora. Ma incommensurabile fu il valore esistenziale di quell’esperienza, oltre che veramente formativo in senso lato. Questo è il mio primo ringraziamento.

In seguito, essendomi posto in una prospettiva junghiana e desideroso di iniziare il training di formazione, gli telefonai per chiedergli se mi poteva indicare un analista junghiano, che fosse di frontiera, come lui. Mi indicò Silvia Montefoschi, con cui infatti convolai in “mistiche nozze”. E questo è il mio secondo ringraziamento.

Ma Elvio restò. Già analista praticante, e lui nel frattempo morto, una notte mi apparve in sogno. Di esso, data anche la sua complessità, in questo contesto posso solo dire che noi due avevamo trovato spontaneamente un punto di contatto pur nei differenti orientamenti spazio-temporali, e che questo punto di contatto era anche un punto di trascendenza per entrambi. L’elaborazione di questo sogno mi occupò quasi un decennio. Cominciai a leggere tutti i suoi libri che avevo comprato fin da subito ma che non avevo ancora letto. Incredibile. Mi piacquero molto e scoprii il punto in comune. Fachinelli era affascinato dal mistero, come me, anche se lo temeva, e così andò a cercarlo nei più reconditi recessi delle esperienze perinatali al fine di spiegarselo razionalmente, e poterlo così fronteggiare in analisi col paziente quando ne sopraggiungeva l’eco-sirena. Questo stesso interesse era quindi il punto di contatto che invocava un trascendimento, compreso solo qualche anno più tardi, e che consisteva nello spingersi ancora più indietro, verso le esperienze prenatali e oltre, luogo di fondazione e di trasmissione della vita, e dove soggetto, oggetto e intersoggettività, mente e cuore, sono già presenti e operanti fin dall’inizio. In una cosa sola. Ma questo è il compito che spetterà alla psicoanalisi del futuro, se non vuole scomparire. Cammino molto impervio, ma invero già intrapreso da più parti e con diverse ottiche, e a cui io sto cercando di dare un contributo. Questo è il terzo ringraziamento.

Elvio Fachinelli l’avevo in realtà già incontrato prima di quel gruppo. Aveva infatti fondato a Milano con un gruppetto di educatrici e maestre straordinarie un asilo autogestito e antiautoritario aperto al pubblico. Io andai a vedere anche perché avevo intenzione di mandarci mia figlia, cosa che poi non feci perché troppo distante da dove abitavo. Entrai, mi sedetti in un angolo, e stetti qualche ora a osservare. Era uno spettacolo. Due cose mi colpirono. La prima è che quando si verificavano liti tra i bambini, gli educatori non si precipitavano a separare i contendenti, né a redarguire il più aggressivo, stavano in guardia, ma aspettavano che la contesa si risolvesse spontaneamente e che il bambino più debole riuscisse a difendersi con le sue risorse. Intervenendo soltanto, senza sgridare nessuno, solo in caso di pericolo evidente.

La seconda cosa fu questa. Un bambino che si trovò con la scarpina slacciata andò da Elvio per farsela allacciare. Elvio si chinò sui suoi piedini e gliela allacciò. Gli capitò anche una seconda volta. Al che rimasi attento, ed ebbi la chiara impressione che dopo un po’ di tempo quel bambino facesse di tutto per slacciarsela, per poi farsela riallacciare dallo stesso educatore. Elvio, pazientemente e amorevolmente, gliela riallacciava. È questa l’immagine di Fachinelli che mi è rimasta scolpita nella memoria. Lui che allaccia la scarpa al bambino. Si è trasferita nell’Immaginale, dove dimorano le immagini viventi. È lì che Elvio vive.

In fondo Elvio Fachinelli e Giorgio Gaber cercavano la stessa cosa. Elvio un centro umano, un cuore, un fondamento da cui ripartire e riformulare il cammino. E Giorgio una mente, un pensiero, che potesse dare a questo cuore un senso nuovo per cui valga la pena pulsare. Ma adesso non c’è più nessuno che ci allaccia le scarpe!

© Baldo Lami


* Articolo pubblicato sul blog ISintellettualistoria2 il 08.05.2009.


Autore: Baldo Lami - data: 2009-05-08 tag: elviofachinelli testimonianza

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