Il concetto di anima in Silvia Montefoschi
      Stampa questa pagina Torna elenco articoli

“Allora cos’è l’anima? L’anima è esattamente il soggetto che non muore mai”. Con questa sintetica definizione, contenuta nella video-intervista a Silvia Montefoschi prodotta da Paolo Cozzaglio e Mimma Cutrale nel 2010,[1] pochi mesi prima della sua morte, l’autrice chiarisce e chiude definitivamente un dibattito con alcuni suoi allievi proprio sul concetto di anima, suscitato dal radicalizzarsi della sua posizione spirituale in seno alla psicoanalisi.

Sappiamo, infatti, che Silvia Montefoschi introduce ben presto nell’orizzonte dialettico del pensiero un fattore mistico-speculativo molto incalzante, di interrogazione ultimativa sui fondamenti teorici non solo del pensiero psicoanalitico, ma anche dello stesso pensiero umano, concepito come ultima espressione del verbo in quanto essenza significante e dinamico-evolutiva dell’essere, che nel succedersi di piani riflessivi sempre più elevati e sintetici – nei quali viene man mano a perdere le sue oggettivazioni materiali in cui si identificava – arriva a ritrovare l’unità dialogica originaria consapevole di sé.

Il problema che si poneva all’analista che aveva abbracciato questo orientamento non era di poco conto: come si poteva conciliare un lavoro di ricognizione e ritrovamento dell’anima, che all’interno della problematica esistenziale di cui il paziente era portatore si era smarrita, con la spinta al superamento di quella stessa anima quale oggettivazione “materiale” del pensiero non più necessaria?

Il passo in cui la Montefoschi esplicita per la prima volta in forma compiuta il fondamento teorico di questo nuovo orientamento è contenuto nell’articolo L’anima e l’ombra, apparso nel numero speciale per il 25° anniversario della morte di C.G. Jung della rivista L’immaginale del 1986.[2] Riporto i punti salienti del discorso:

«La sede dell’anima, dunque, se con il concetto di anima però, non ci si riferisce a un principio spirituale, come tutto il pensiero filosofico, perlomeno occidentale, ha sempre fatto, a partire dalle definizioni di essa come quella aristotelica di entelechia fino a quella hegeliana di spirito soggettivo, ma ci si riferisce piuttosto a quelle esperienze emotive dell’esistenza umana che vengono da noi colte in un insieme, il quale a sua volta ci si presenta come una particolare dimensione dell’essere: quella cosiddetta psichica. Definizione questa dell’anima invalsa ormai all’interno di quel contesto culturale in cui è stata adottata, che è quello delle scienze psicologiche, e nel quale l’anima stessa ha ritrovato identità nella ben nota figura mitica che ha nome ‘psiche’. La ‘psiche’ e quindi l’anima, è l’ambito, nell’uomo, in cui hanno luogo i fenomeni inerenti alla vita di relazione e nel quale perciò si muove la tensione che la relazione stessa produce. L’ambito dunque dove l’affettività si dà nel suo stesso immediato generarsi prima di ogni mediazione, in quel modo che noi chiamiamo appunto viscerale per contrapporlo a quello riflessivo che chiamiamo razionale.

Sembra dunque che la trasformazione che i nuovi centri cerebrali sono deputati a operare debba colpire la vita psichica dell’uomo. O, potremmo ancora dire, sembra che in questo salto evolutivo l’uomo debba sacrificare la propria anima.»  

[…] «La dimensione psichica dell’uomo è, come abbiamo già considerato, l’ambito in cui si svolge la vita relazionale. E la relazione, per l’uomo, è sempre quella che si instaura tra il particolare e l’universale. E ciò vale vuoi quando l’altro del rapporto è per l’uomo il ‘se stesso’ in cui egli coglie l’essenza umana che è fatto universale, vuoi quando l’altro è l’altro uomo che, pur nel suo aspetto individuale, è pur sempre, per ciascuno, l’alterità umana e quindi ancora un universale, vuoi infine quando l’altro è l’universalità dell’essere, cui l’uomo direttamente si riferisce per ritrovare in essa il senso del suo esserci singolare. Ma il particolare e l’universale sono appunto quei due aspetti dell’essere che costituiscono a loro volta la dimensione materiale e quella spirituale tra le quali è sospesa la vita umana.»

[…] «Se la psiche è la dimensione dell’essere in cui si media il rapporto tra il materiale e lo spirituale, essa è perciò anche il luogo dove si è svolta a tutt’oggi la dinamica del divenire dell’essere a partire dall’instaurarsi del sistema uomo. Infatti, nel momento in cui nell’uomo l’essere prende coscienza del limite della particolarità della forma in cui si dà, nell’uomo stesso scaturisce la tensione che lo incalza a trascendersi dal particolare per raggiungere l’universale. Tutta la vita psichica dell’uomo esprime, sui diversi piani in cui si manifesta, questo rapporto tra il particolare e l’universale la cui dinamica però resta conflittuale e costituisce appunto quella conflittualità che della vita psichica dell’uomo fa la sostanza. E questa conflittualità si manifesta nel fatto che la tensione che si instaura tra i due della relazione prende di volta in volta direzioni opposte. Ora il soggetto umano si oggettiva in una conoscenza esaustiva di se stesso e si colloca pertanto nel conosciuto, fermando, così il divenire in lui infinito dell’essere nel finito della sua esistenza; ora il soggetto umano riconosce nella propria oggettivazione una conoscenza di sé e si colloca così nel conoscente, recuperando la particolarità del suo esistere alla universalità del divenire in lui dell’essere. È proprio in queste due opposte direzioni del movimento psichico che noi individuiamo i due versanti sui quali la psiche stessa si realizza; il versante dell’Io, che è quello in cui l’essere si muove verso l’oggettivazione di sé e quindi verso la dimensione materiale; il versante del Sé, che è quello in cui l’essere si muove verso la propria soggettivazione e quindi verso la dimensione spirituale. Questi due movimenti hanno costituito la dinamica essenziale al divenire dell’essere; ma ciò fintanto che l’essere stesso doveva, per conoscersi, passare attraverso la propria oggettivazione per poi recuperarsi alla soggettività, cosa questa che fondava appunto l’antinomia o comunque l’alterità tra l’universale e l’individuale.»

«Viceversa, il passo evolutivo che oggi si prospetta, e per il quale l’uomo opera, operando appunto alla propria mutazione, è quel salto sul piano dell’occhio riflessivo universale dal quale si vede infine tutta l’oggettualità rientrare nel soggetto e tutta la materia transustanziarsi nello spirito. La dinamica dei contrari, propria del divenire dell’essere a tutt’oggi e di cui la psiche umana è stata mediatrice, qui finisce e l’anima dell’uomo, fattasi inessenziale all’esserci dell’essere, cessa di esistere. Ma poiché è ancora l’uomo che deve operare affinché il processo arrivi a compimento, l’anima, che tuttora sussiste, è proprio ciò che egli, per promuovere la propria mutazione, deve sacrificare.»

«L’anima, in quanto luogo della relazione, è come si è detto, anche l’ambito in cui si genera quella tensione che fa la nostra vita emotiva, intendendo per tale proprio la direzione che la tensione prende verso il suo dirsi immediato. Le emozioni, la tempesta delle passioni, la nostra piena adesione alle gioie e ai dolori, alle speranze e alle disperazioni, e infine tutta quell’affettività in cui crediamo riconoscere la qualità dell’umano, è viceversa proprio ciò che fa della nostra anima ciò che ci accomuna ancora all’animale. Infatti sono proprio questi moti dell’anima che muovono anche noi nella direzione del particolare, e quindi del materiale di cui consiste appunto la nostra corporeità, nella quale finiamo così col riporre tutta intera la nostra identità, perdendo il riferimento al piano universale dell’essere che è proprio ciò che fa del vivente un soggetto umano. Tuttavia, proprio perché la carica emotiva che ci traversa ha anche la direzione opposta, quella che va dal particolare all’universale, è proprio e soltanto nella emozione, che in noi si manifesta, che a noi si fa presente la materia che deve essere trasformata nello spirito. Il corpo infatti in noi non si dice se non nel vissuto affettivo che abbiamo dello stesso. Sicché, se per promuovere in noi quelle mutazioni che faranno mutare la forma tutta dell’universo, dobbiamo quotidianamente esercitarci nel lavoro di trasformazione dell’energia che ci traversa, deviandone il corso cosiddetto naturale che va verso l’aumento dell’entropia reinvestendolo verso l’ordine della nostra coscienza dove l’entropia progressivamente si riduce, e se questo lavoro vuole dire trasformare la materia in spirito, è proprio sulla psiche che noi dobbiamo operare; e l’opera che dobbiamo fare consiste nel dare la parola a quel muto dirsi dell’anima, che è ciò che fa ancora di noi un animale.»

È quindi chiaro fin dall’inizio che è all’anima delle scienze psicologiche, la psiche come ormai la conosciamo, ciò che in sostanza costituisce la sua dinamica emotiva legata alla dimensione infrarossa corporeo-materiale, che l’autrice si riferisce quando parla della necessità del suo sacrificio o del suo superamento. In questo differenziandosi, in proiezione verticale, dall’orientamento tradizionale junghiano, e ancor più nettamente da quello postjunghiano di Hillman, che intende invece a riportare la psiche all’anima e ai suoi fondamenti archetipici.

Nella Montefoschi il riporto, semmai, è dalla psiche-anima al pensiero, che è il fondamento unitario degli stessi archetipi, i quali, come forme strutturanti della psiche innervanti nel sottosuolo corporeo-materiale, inevitabilmente lo frammentano, irretendolo nei circuiti esistenziali dell’esperienza umana passata, che poi si riverbera nel tempo a venire in una serie infinita di coazioni a ripetere. Proprio ciò che determina l’ammontare della materia e della frazione entropica del mondo.

Questo riporto è chiamato dall’autrice transustanziazione della psiche in pensiero, specificando, a scanso di equivoci, che con tale terminologia «non si intende cambiare sostanza a ciò che è, ma riconoscere la sostanza vera di ciò che è».[3]

I nuovi analisti sono perciò chiamati a farsi corresponsabili del processo di mutamento cosmo-antropologico in atto, che consiste nel riconvertire il moto energetico dal suo darsi immediato al suo riflettersi, conducendo sé e l’altro della relazione analitica al riconoscimento che la dinamica emotiva relazionale individuale è una dinamica universale, cioè del pensiero. Il soggetto umano, che partendo da questo riconoscimento ascende poi ai piani superiori di coscienza fino all’unità dialogica del pensiero, è quindi pur sempre l’anima che si è riconosciuta infine anche come spirito, cioè essenza del verbo divino.

© Baldo Lami

* Articolo pubblicato sulla rivista multimediale di psicoanalisi evolutiva intersoggettiva Cepeide il 18 marzo 2012.


[1] Paolo Cozzaglio e Mimma Cutrale, Il pensiero amato. Intervista a Silvia Montefoschi, Zephyro Edizioni, Treviglio 2013, p.52.

[2] Riportato nel 2° tomo del 2° volume dell’Opera Omnia di Silvia Montefoschi, Zephyro Edizioni, Milano 2008, pp. 271-274.

[3] In Al di là del bene e del male: la logica unitaria. Dialogando con Silvia Montefoschi, di Fabrizio Raggi, Zephyro Edizioni, Milano 2007, p. 98.


Autore: Baldo Lami - data: 2012-03-18 tag: silviamontefoschi psicoanalisi anima

Le attività
 
Rassegna film d'anima
Sostegno psicologico abuso
Genogrammi familiari
Psiconcologia
Psicoembriogenesi
Immagini dell'aldilà
Angelica Mente
Mi curo da solo

Prossimo evento

Nessun evento in programma