La missione disconosciuta degli angeli emotigeni
      Stampa questa pagina Torna elenco articoli

La traccia e il sogno
Nella mailing list che avevo istituito tra tutti i partecipanti al progetto di questo libro affinché ciascuno potesse conoscere cosa ciascun altro aveva scelto di trattare, ho inviato questa traccia: «Mi ha sempre interessato il destino di quella luce che brilla nelle tenebre ma che le tenebre non la compresero, identificando in essa l’essenza stessa dell’umano, disconoscimento antico, che mantiene il mondo nel giogo della ripetizione. Da qui mi sono mosso alla ricerca di questa speciale brillantezza che nell’atto stesso di apparire immediatamente si eclissa nella materia, di fatto, però, creandola o trasformandola. Così sono rimasto enormemente colpito nello scoprire che le caratteristiche con cui si manifestano gli angeli nel racconto della tradizione mistico-religiosa, sono straordinariamente simili a quelle con cui si manifestano le emozioni. Per questo ho chiamato i fattori che le originano “angeli emotigeni”, perché facitori d’anima, di vita, di conoscenza e di progetto, che come rapidamente ci accendono in profondità, altrettanto rapidamente ci trascendono, lasciandoci ben diversi da prima se appena lo riconoscessimo. Sono loro il riverbero interno, magmatico, delle forze primigenie della creazione, il volto del Dio nascosto, deus absconditus, che brilla nelle tenebre dell’inconscio/mente/corpo ma che le tenebre della nostra ignoranza ci impediscono di riconoscere. Passerò quindi brevemente in rassegna alcune delle più importanti teorie delle emozioni con cui si è tentato di riconoscerne l’angelico senza tuttavia riuscirci, anche se con qualcuna, invero, ci siamo andati molto vicino. Poi cercherò di capire per quanto possibile il loro attuale destino, declino, sparizione, espulsione, reificazione o transustanziazione».

Scritta questa traccia ho aperto sul mio computer un foglio word su cui iniziare a scrivere l’articolo, foglio che rimase però totalmente bianco per qualche settimana, sentendomi un po’ sgomento del compito che mi ero dato con quest’opera, che adesso mi sembrava sempre più superiore alle mie forze. In questo clima di attesa vagamente angosciante mi raggiunge questo sogno:

«Mi trovo a camminare in una strada solitaria verso sera, quando in direzione contraria alla mia vedo avanzare un uomo con un lungo cappotto scuro trasandato aperto davanti. Non ha niente in mano ma sento immediatamente di temerlo. Faccio finta di niente e tiro dritto, guardandolo solo con la coda degli occhi. Giunto l’uomo al punto in cui già mi sembrava che stessimo oltrepassandoci senza che nulla fosse successo, fulmineamente mi si para di fronte e mi versa una tanica di benzina sulla testa (che sento scolare dai capelli, bagnarmi il viso e il corpo, sentendone anche l’odore e forse anche il sapore), poi accende un fiammifero e sta per gettarmelo addosso. Sono attimi di puro terrore e penso che sia finita, ma si ferma col braccio alzato lasciando cadere il fiammifero a terra, che presto si spegne. Sono attimi di pura felicità e colmo di gratitudine mi prostro letteralmente ai suoi piedi dicendo: “Grazie mio Signore”, vergognandomi in cuor mio di questo gesto così platealmente umiliante di sottomissione verso chi mi era sembrato un malavitoso. Il tizio si allontana poi velocemente nella mia stessa direzione scomparendo all’orizzonte da cui era venuto. »

Questo è un sogno guida, che infatti mi ha sbloccato dalla situazione d’impasse in cui mi trovavo, dandomi indicazioni e insegnamenti senza pari in tema di emozioni, di cui mi ha fornito anche un ottimo repertorio (in ordine: presentimento, paura, inquietudine, attesa, speranza, sorpresa, terrore, felicità, gratitudine, remissione e vergogna), con associate sensazioni e funzioni psichiche fondamentali.
Ma prima di quel singolare progetto di vita contenuto nel logos erotico-immaginale [1] dell’emozione, comincio dalla storia di questo lemma, che è oltremodo interessante.

Breve storia del lemma
Emozione è una parola giunta in italiano nei primi anni del Settecento come adattamento del francese émotion. A sua volta la voce francese proveniva dal latino emotio, derivato da ex-movēre, motivazione al movimento. Ma anche, con uno straordinario spettro semantico: smuovere, commuovere, provocare, sollevare, entusiasmare, spostare, allontanare, portare da dentro a fuori, far nascere...
In francese, émotion indicava in genere il movimento fisico e più in particolare l’agitazione popolare, la sommossa. Entrambi questi significati si trovavano nell’italiano del Settecento, ma non sono giunti fino a noi. Accanto a questi, il francese sviluppò il significato di movimento dell’animo che è anche quello dell’italiano odierno. È divertente che una parola tanto usata, di cui oggi non potremmo fare a meno, sia stata censurata dai puristi fino all’inizio del Novecento. Ancora negli anni Venti, un famoso vocabolario raccomandava a chi voleva parlare e scrivere ‘italianamente’ di evitare parole come emozione, e definiva orribile il derivato emozionare, anch’esso di origine francese. [2]
Questa idiosincrasia per l’affetto, anch’esso designante l’esperienza emotiva esattamente come il sentimento e la passione, [3] percorre tutta la storia dell’umano pensiero fino a tutto il diciannovesimo secolo a cominciare da Platone, che però, a dire il vero, andrebbe riletto con attenzione senza quell’altro pregiudizio, tutto moderno, che ha fatto del grande filosofo il padre del dualismo per illudersi di averlo superato.

La biga alata e l’inizio del dualismo
Nel mito della biga alata, meravigliosa metafora dell’anima, a sua volta specchio metaforico della città, l’auriga rappresenta la ragione, la funzione superiore dell’anima, mentre dei due cavalli raffiguranti l’irrazionalità delle passioni, il cavallo bianco ubbidiente rappresenta gli affetti più nobili e generosi che muovono l’anima al buono e al bello, mentre il cavallo nero, bizzarro, testardo e recalcitrante, ne rappresenta l’aspetto puramente istintuale, bramoso, egoistico e solo dedito al piacere e al bene del corpo. Quindi, al di là di ogni facile manicheismo buono/cattivo, virtù/vizio, ciò significa che se è vero che solo l’auriga ha potestà di guida e che il cavallo nero rischia di far rovesciare la biga ri-gettando l’anima nel mondo (metempsicosi), entrambi i cavalli sono necessari al movimento e quindi al raggiungimento della meta. Cioè tutte le passioni sono fondamentali per la vita. Quello che allora possiamo e dobbiamo fare secondo Platone e tutta la filosofia classica greca è la metriopatia, ossia la misura e il controllo delle passioni, non certo l’apatia, che consiste nella loro privazione, che fu invero portata avanti da successive correnti filosofiche radicali come lo stoicismo come mezzo per raggiungere l’atarassia (letteralmente “assenza d’agitazione”), ossia l’assoluta imperturbabilità dello spirito necessaria al puro intelligere.
Il dualismo finì però per affermarsi e con esso la svalutazione delle emozioni: dal cristianesimo, con la contrapposizione tra divino e mondano, in cui andava a iscriversi non solo il corpo ma anche in definitiva l’anima, concetto del resto di importazione greca, fino a Cartesio, con la famosa separazione tra res cogitans e res extensa, cioè tra spirito e materia. Il pensiero di Cartesio risulta straordinariamente molto vicino alle posizioni di Darwin e a quelle attuali della neuroscienza, poiché considera gli stati affettivi come un segnale ricevuto dall’anima sullo stato positivo o negativo del corpo. Sono perciò di primaria importanza per la sopravvivenza e per l’adattamento, ma costituiscono anche per lui un terreno minato per la serena attività dello spirito, per cui è necessario disciplinarli: «Non c’è anima tanto debole che non possa, ben guidata, acquistare un assoluto dominio sulle passioni». [4]
Verso la fine del ‘700 si attenua la condanna religiosa e morale nei confronti della vita affettiva, ma compare un nuovo tipo di giudizio, non meno deleterio del primo, stimolato dalla visione positivista e razionalistica della vita, quello medico della nascente psichiatria, per il quale una possibile causa dei disordini mentali viene imputata all’eccesso incontrollato delle passioni, che devono pertanto essere sottoposte a rigido contenimento, bombardamenti elettrici e farmacologici.

La scienza del cavallo nero
Ma nonostante tutti questi “correttivi” più o meno leggiadri, il cavallo nero continua imperterrito a dar fastidio a tutti nonostante persino la stessa psicoanalisi, che agli albori del 1900 ha immediatamente capito che era ora che ci si occupasse seriamente di lui, espressione e potenza primaria dell’inconscio, prima che fosse troppo tardi per l’intera convivenza umana – cioè prima che, spogliandosi del metem, diventasse semplicemente psicotico. Affrettandosi a creare quella che a buon diritto può essere definita la scienza del cavallo nero, con annessa prassi psicoterapeutica che non è altro che una moderna metriopatia: misura e controllo delle passioni. Con una novità fondamentale però rispetto ai filosofi greci: questa “bestia” tanto irrazionale non è, la sua ombrosità qualcosa significa, qualcosa da ricercare nelle pieghe della biografia, che è sempre opera di sangue e pensiero. Come contraltare, però, è sul cavallo bianco che cominciano ad addensarsi dubbi e sospetti di tutti i tipi, come fosse un doppio allucinatorio, sublimativo e compensatorio, quindi non completamente reale, non completamente “vero” come il cavallo nero.
Ma curiosamente il disagio, la riserva e l’ambivalenza riguardo le emozioni, che sono poi i moti fondamentali di quell’anima delle cui ferite la psicoanalisi ha inteso prendersi cura, sottraendola in tal modo dal controllo della religione e dall’omologazione sociale, restano, non solo tra i primi grandi psicoanalisti, ma anche in buona parte di quelli odierni. Non riuscendo ancora a sciogliere il nodo gordiano del rapporto tra mente e corpo, che l’anima si trova costantemente a mediare, strattonata da una parte e dall’altra, crocefissa da entrambi, per giunta con l’infinita pena di essere considerata “tertium non datur”, vale a dire “una terza possibilità non esiste”! Perpetuando così la scissione tra mente e cuore, essendo questa in realtà la scissione originaria. Fermo restando l’indubbio valore euristico, lo sforzo di comprensione e il tentativo a volte anche notevole d’integrazione e unificazione di questi due aspetti della presenza.

Le emozioni di Freud e Jung
Per Freud la pulsione ha due modi di venire all’espressione: o attraverso la rappresentazione o attraverso l’affetto (che è poi in sostanza una quota di energia legata alle idee) laddove la rappresentazione non sia stata possibile per motivi di censura psichica. Successivamente il concetto si intreccia con un’ipotesi di tipo genetico, secondo la quale gli affetti diventano «riproduzioni di eventi più antichi, di vitale importanza, magari preindividuali», in modo tale da potersi configurare come «attacchi isterici universali, tipici e innati». [5]
Sul piano terminologico Jung definisce l’affetto «uno stato di sentimento caratterizzato da un lato da percettibili innervazioni corporee, dall’altro da un peculiare disturbo del decorso rappresentativo». [6] Per cui si dilunga sugli scompensi e i disordini che per mezzo degli affetti si riscontrano sulle funzioni intellettive, dell’attenzione, della volontà e della memoria. In seguito perviene però al primo grande tentativo di approccio unitario che è stato così sintetizzato: «L’emozione è un evento psichico carico di significati cognitivo-affettivi differenti rispetto a quelli ordinariamente assegnati a sé e al mondo da parte della coscienza. In quanto evento dinamico involontariamente subito dalla coscienza e quindi sentito da quest’ultima come disturbo [...], l’affetto esprime la necessità di ristrutturare profondamente quei significati che, una volta insediatisi nel processo affettivo e conoscitivo dell’individuo, siano venuti a costituire lo stato in cui la coscienza si trova e in cui vorrebbe permanere. [...] In particolare, l’emergere dell’affetto è inteso, sul piano psicodinamico, come la conseguenza di un urto tra l’adattamento psichico in atto nella coscienza e quella che viene chiamata l’“inclinazione istintiva originaria”». [7]
Questa sintesi riflette l’approdo di Jung alla visione degli archetipi, in cui farà cadere anche la figura dell’angelo. Per Jung fu decisiva la constatazione che alcuni contenuti dell’inconscio, che chiamerà inconscio collettivo per distinguerlo da quello personale, avevano un effetto estremamente impressionante ed erano perciò accompagnati da intense emozioni. Dapprima li chiamò “immagini primordiali” e solo successivamente “archetipi”. In generale, modi universali di organizzare l’esperienza, le cui immagini o le cui cariche affettive immaginò che si potessero esprimere come le onde luminose dello spettro elettromagnetico: da un polo “infrarosso”, come processi istintivi, somatici o anche fisici del mondo esterno, a un polo “ultravioletto”, come intuizioni fulminanti, idee o rappresentazioni mitiche universali. Vale a dire dal versante corporeo-materiale a quello animico-spirituale. Non in modo totalmente deterministico però, come mere riproduzioni del modello originario, poiché queste loro potenzialità possono essere elaborate e trasformate in un superiore livello di coscienza, altrimenti possono agire in negativo, rendendo coatti e ripetitivi comportamenti, modi di pensare e di amare, fino all’inflazione o alla furia devastatrice di ogni componente umana. Le figure che qui si prospettano, dice ancora Jung, sono provviste dei caratteri propri del numinoso, del sacro, che come tale, secondo la definizione di Rudolf Otto, è sempre tremendum et fascinosum a un tempo.

Bion, Matte Blanco, Montefoschi e la riproposizione del sentire
Anche lo psicoanalista indiano, naturalizzato inglese, Wilfred Bion tenta un superamento del dualismo, consapevole che il principale limite della comunicazione in psicoanalisi è il linguaggio, ritenuto inadeguato a comunicare “K”, l’esperienza di “O”: l’origine, la verità, la cosa in sé, l’assoluto. Per questo invita ad abbandonare il linguaggio scientifico per quello poetico, che ritiene più capace di conferire creatività al pensiero. Ciononostante, allo scopo di rendere rigorosa la comunicazione, ideò un grafico – la famosa “griglia” – quale sussidio per l’analista e il ricercatore al fine di discriminare il livello di verità in cui si ripongono talune affermazioni nel lavoro psicoanalitico, per andare oltre le “emozioni selvagge” in cui, secondo lui, si è impastoiato. Su questa griglia le emozioni risultano rappresentate da Amore, Odio e Conoscenza con i loro corrispondenti negativi. Ma nel concreto tutto si gioca nella relazione dinamica tra contenitore (madre) e contenuto (figlio), che costituisce l’apparato primario della regolazione e trasformazione affettiva, senza il quale l’esperienza emozionale non può “reggere”, e per essa anche quella mentale. Lo spazio mentale, infatti, è “tenuto” dalle emozioni, che attraverso le loro disposizioni, qualità e quantità, lo configurano e lo ordinano. D’altro canto è vero, secondo l’autore, che le emozioni distorcono l’ideazione e costituiscono vere turbolenze capaci di indurre “cambiamenti catastrofici”. Anche se è altrettanto vero che il legame emozionale appassionato è il fattore più compositivo e creativo che esista. Donald Meltzer, sulla scia di Bion, descrive l’esperienza emozionale come: «un incontro con la bellezza e il mistero del mondo», pur essendo generatore di conflitti. [8]
Lungo questa linea di pensiero, che arriva a sostenere che le emozioni sono forme specifiche di conoscenza e di pensiero, si colloca anche lo psicoanalista cileno Ignacio Matte Blanco, di indirizzo freudiano-kleiniano come Bion, anche lui con un suo originalissimo impianto concettuale, secondo il quale l’emozione è la madre del pensiero, del linguaggio e la via di accesso all’infinito: «l’emozione si dà come esperienza infinita» al di là della cornice spaziotemporale del nostro comune modo di concepire e far cadere le cose.
Precisandola poi come composta di sensazione, sentimento e pensiero, ciascuno dei quali varia da un’emozione all’altra: la sensazione radica l’emozione nel bios, da cui poi si ritiene che origini; il sentimento la qualifica in termini peculiarmente soggettivi di esperienza psichica nel bene o nel male; mentre il pensiero la rappresenta permettendogli così di “accadere” anziché semplicemente “essere” nell’indistinta infinità originaria, arricchendosi di sensi ulteriori prima impensabili. Il pensiero, non essendo mai privo di emozione, si configura pertanto come “pensiero emozionale”, all’interno del quale il sentire originario, inteso come modo d’essere dell’inconscio ispirato dal principio di simmetria (che vuole che la parte sia uguale al tutto e l’uno uguale all’altro), crea i primi collegamenti con la realtà simbolizzabile, determinando la base stessa del pensiero cosciente, asimmetrico e ispirato dal principio di non contraddizione. Matte Blanco ha chiamato bi-logica l’intreccio di queste due logiche che opera in proporzioni variabili nella mente di ciascuno di noi, ma in cui è dissimulata la totalità indivisibile dell’essere simmetrico (dell’inconscio e quindi dell’emozione). Che resta perciò sempre pronta a innescare “processi di infinitizzazione” in qualsiasi momento, i quali, non sostenuti da un’adeguata maturità psicoemotiva in grado di tradurli in processi creativi e rappresentativi, possono declinarsi anche in senso psicopatologico. Fino alla terrificante esperienza del marasma (attacchi di panico).
In un successivo sviluppo, con sorpresa Matte Blanco definisce la fusione tra sé e l’altro da sé che si attua nell’emozione dell’amore – che aveva prima escluso dall’ambito delle possibilità conoscitive proprio per il suo carattere confusivo – come la più completa forma di conoscenza: «Ritorniamo ora alla luce abbagliante vista dall’interno della classe della persona che sperimenta l’emozione. In questa luce non vi sono parti da distinguere, ma per l’essere simmetrico ciò non rappresenta alcun ostacolo alla conoscenza del soggetto-oggetto. Al contrario, è conoscenza perfetta. La conoscenza perfetta viene raggiunta, nell’emozione, perché conoscenza ed essere sono la stessa cosa. Non è la conoscenza di uno spettatore, ma conoscenza inerente all’essere. Non è buio per l’essere simmetrico, ma la totalità della luce». [9]
Ogni emozione, quindi, evoca questa infinità indivisibile e spinge il pensiero verso una comprensione di tipo mistico, mediante cui l’oggetto tende a essere conosciuto come tutt’uno col soggetto che lo conosce.
Sul versante psicoanalitico di orientamento chiaramente spirituale, anche Silvia Montefoschi, che nell’emozione ha riconosciuto l’anelito verso il pensiero proveniente dallo spirito oggettivato nella materia-corpo, e nella dinamica emotiva individuale relazionale la dinamica dell’Uno, recupera alla fine il “sentire”, come la comunicazione e la conoscenza suprema del dialogo d’amore tra i due della coniunctio divina che si realizza e si svolge infinitamente nell’Uno. Precisandolo come “pensiero che percepisce se stesso”. [10]
Sulla base dello stesso orientamento spirituale ma in rapporto all’emozione estetica, che ritengo indissociabile da quella dell’amore, io preferisco chiamarlo “pensiero del cuore”, che per quanto transeunte e fugace, giudicato positivo o negativo dalla soggettività che lo “patisce”, è sempre orma che lascia traccia imperitura che muta l’essere e il suo rapporto col mondo. Per questo lo concepisco come atto di risveglio e di partecipazione mistica della presenza umana all’incredibilità della vita e al dramma cosmico della creazione. Promosso sempre, nella dimensione unica dell’incontro, da quell’altra presenza dell’altro da sé e del mondo al cui cospetto non possiamo sottrarci. Ecco perché nell’emozione c’è la radice celeste dell’intersoggettività. Che è l’angelo. Così infatti lo sento e lo sperimento. E con questo vengo al mio sogno.

Il dialogo con le figure oniriche
Sogni speciali sono intervenuti spesso nella mia vita in momenti cruciali, guidandomi nelle scelte e nello sviluppo di alcune linee di pensiero, persino durante la stesura di alcuni miei saggi come questo. La mia non vuole essere una lettura dall’esterno del sogno ma dal suo interno, entrando in relazione empatica (l’empatia è considerata un’emozione autoriflessiva) con i suoi personaggi, interrogandoli e facendomi interrogare, per cercare di comprendere il motivo della loro condotta. Dopotutto loro sono parti di me, sono miei aspetti, sono io stesso visto come altro da me, ma attenzione: sono anche veramente altro da me, alterità sovrana irriducibile all’identità che mi costituisce, anche se da essa inseparabile. Questo mio approccio al sogno è in sostanza una variazione personale del metodo dell’“immaginazione attiva” di Jung.
Nella prima sequenza onirica mi immedesimo nel personaggio mentre sta camminando verso di me, per individuare cosa può aver pensato quando mi ha visto. Sta comunicando mentalmente con me: «Guarda guarda chi c’è! Però me lo sentivo che imboccando questa strada, in questo momento, ti avrei incontrato. Che fai non mi riconosci? Fai finta di non vedermi? Sveglia! Non è la prima volta che ci incontriamo, hai paura di me? E che ti ho fatto di male? No, non temere, stai tranquillo, non mordo! So che stai progettando un libro sugli angeli, per questo son venuto, hai avuto un’idea brillante per il tuo articolo: “angeli emotigeni”, certo che sei forte, ma come ti vengono certe idee? Ma ora non sai come sviluppare la traccia, vero? Stai brancolando nel buio. E in effetti è vero, ti manca qualcosa di fondamentale, altrimenti rischi di restare sul mentale, vuoi un aiutino piccolo piccolo? È un attimo, ci so fare: ti faccio provare cosa vuol dire avere una vera esperienza angelica, “vera” capito? Perché c’è uno iato, che può essere anche un abisso, tra la cosa pensata e l’esperienza reale e concreta della stessa: questa, a differenza dell’altra, ti cambia tutto, così puoi scrivere sapendo quello che scrivi. Allora preparati a diventare un “tizzone ardente”!»
Con questi primi importanti riferimenti passo al dialogo diretto con lui. È inutile che gli chieda: «Chi sei?», sarebbe ingenuo, perché so già cosa mi risponderebbe: «Secondo te?», così mi concentro sul punto più inquietante di tutto il sogno e gli domando: «Cosa ti ha fatto desistere dall’incendiarmi?» Risponde: «Io posso farti diventare folle in un istante, hai visto? C’è mancato poco, se ti gettavo il fiammifero era fatta, ma questo posso farlo solo se nel profondo lo vuoi anche tu, ed evidentemente, almeno per ora, tu non lo vuoi. Ma non è di questo che avevi paura vero?» Io: «Infatti, io non ho mai avuto paura di diventare folle, i folli mi hanno sempre affascinato, forse perché un po’ credo di esserlo anch’io, mi sono sempre considerato un po’ diverso dagli altri, considerarmi uguale è stata una conquista tarda, faticosa, che voglio mantenere, ma un certo senso di diversità in fondo è rimasto. Sì la mia paura è un’altra». Lui: «Allora parla, non sarai mica alessitimico, “mancanza di parola per le emozioni”, ricordi? Ci hai fatto anche un corso. Poi mi dirai perché ritieni un progresso considerarti uguale». Io: «Che tu abbia un rapporto col fuoco l’ho visto, quindi anche con la vita, l’amore, l’emozione, l’intuizione e lo spirito, ma ciò che temo è che tu abbia un rapporto anche con la morte, cioè, contrariamente a quello che mi hai comunicato col pensiero quando mi hai visto, puoi farmi anche morire!» Lui: «Secondo te?» Io: «Adesso sei tu alessitimico». Lui: «Acqua! non posso esserlo». Io: «Perché non puoi esserlo: perché non ti manca la parola per le emozioni o perché ti mancano le emozioni?» Lui: «Fuoco e acqua insieme! Sia per la prima che per la seconda».
Il dialogo qui si interrompe, ma ho intenzione di portarlo avanti. Del resto alcuni sogni me li sono portati avanti per anni, e questo è uno di quelli. Devo meditare sulla sua ultima e imprevista risposta prima di completare la risposta a una sua domanda precedente e di fargli la domanda successiva. Per capire qualcosa di più non solo su di me, ma sull’Altro quale fondamento e destino dell’uomo.

Il daimon o l’angelo caduto
Mi sembra però ormai chiaro, sia dal vissuto onirico che dalla suddetta breve immaginazione, che questo imprevedibile e inquietante personaggio, carismatico e dotato di potere, non è soltanto un mio aspetto d’ombra, ovvero un mio aspetto psichico inconscio, perché presenta caratteristiche che trascendono i limiti dell’esperienza umana ordinaria. È una figura archetipica direbbe Jung, un’entità originaria, barbarica e angelica nello stesso tempo. Questo è il mio daimon, il demone che mi è toccato in sorte. È con lui che devo fare i conti.
James Hillman così riassume la concezione del daimon in Platone: «Prima della nascita, l’anima di ciascuno di noi sceglie un’immagine o disegno che poi vivremo sulla terra, e riceve un compagno che ci guidi quassù, un daimon, che è unico e tipico nostro. Tuttavia, nel venire al mondo, dimentichiamo tutto questo e crediamo di essere venuti vuoti. È il daimon che ricorda il contenuto della nostra immagine, gli elementi del disegno prescelto, è lui dunque il portatore del nostro destino». [11] Concetto greco che è equiparabile a quello latino di genius e a quello cristiano dell’angelo custode.
Riprendendo il mio sogno, un secondo motivo di preoccupazione che mi ha fatto molto riflettere è dato dalla mia prosternazione deferenziale di fronte a chi avevo giudicato un “malavitoso”, che mi ha fatto vergognare di me stesso. Oltre all’atto di sottomissione in sé che è tuttora oggetto di dibattito interno.
Ma perché mai allora ho considerato così negativamente il mio “gemello divino”? La “malavita” è la vita condotta fuori della legge e delle regole sociali e morali. Cioè fuori dall’ethos della collettività. Qui mi viene in soccorso un aforisma di Eraclito che afferma che è il nostro daimon il nostro vero ethos. Ne consegue che mentre sul piano sociale devo rispondere all’etica che lo costituisce e governa, sul piano propriamente esistenziale devo rispondere al “motivo” per cui sono venuto al mondo e di cui il mio daimon è custode. Diversità che m’incalza. “Motivo” ed “emozione” derivano etimologicamente dallo stesso verbo latino movēre, motivare. Il motivo per cui sono venuto al mondo, allora, il mio progetto esistenziale di base è affidato, istituito e sigillato con un’emozione.
Alla nascita, infatti, la prima vicenda che costituisce la mia principale competenza a vivere la vita è un’“esperienza infinita”, un’esperienza panica, totale, molto simile a quella che nel sogno mi viene fatta sperimentare, per cui giustamente l’emozione è stata anche definita “sindrome reattiva multidimensionale”. [12]

L’angelo ferito e gli avversari della missione angelica
Numerosi sono però i nemici dell’opera dell’angelo emotigeno. Il primo è costituito dal fatto che se nel delicato processo di regolazione degli affetti (da cui dipende la capacità di simbolizzare) che si tesse negli scambi individuo-società a partire dal grembo materno, intervengono fatti o elementi traumatici, l’angelo natio (anima) si ferisce, generando le “emozioni ferite” di cui parla Eugenio Borgna, [13] che sono suscettibili di cura nella misura in cui contengono il principio attivo della relazione, gemma dell’intersoggettività. Mentre nei casi più gravi viene sconvolto l’ordine della presenza che col corpo si dischiude al mondo, rendendo impossibile accedere al “motivo” di fondo della vita, che è la più nefasta evenienza possibile, in quanto sancisce il fallimento della missione angelica su questo piano d’esistenza.
Ma l’angelo ferito è anche la storia della condizione umana nella sua generalità. Tutte le religioni, le filosofie e le scienze sono state create con lo scopo di guarire la ferita dell’angelo in noi. Ma finché nelle nostre emozioni, in cui sempre si rinnova quella ferita iniziale, non viene riconosciuto il segno della passione angelica che lì si è compiuta per aprirsi in noi a un divenire nuovo, il risultato non può che essere illusorio è fuorviante.
Una strana forma dell’“avversità”, di cui tutti soffriamo, rimanda poi alla “parola” che l’emozione contiene come senso e significato del mondo che anela a insediarsi nella sede che le è stata destinata come terra promessa, come parola propria del pensiero. [14] Se questo passaggio non dovesse rivelarsi possibile, il verbo può scegliere un’altra strada per rivelarsi. La parola che cade nel silenzio abissale del corpo e che cerca una sua disperata rinascenza nel sintomo è infatti l’emozione. Non a caso le sindromi psicosomatiche, funzionali od organiche, sono dette malattie ex emotione.

Ma il nemico più insidioso di tutti è rappresentato proprio dal soggetto umano egoriferito, il quale, non sufficientemente educato al sentire del cuore che esige il rispetto dell’altro da sé e del mondo, ergendosi a primo fattore del reale assume su di sé la potenza erotico-conoscitiva delle emozioni per i propri scopi e interessi personali, trasformandole in “emozioni dell’io”, come ad esempio l’arroganza, e su scala sociale, a livello dell’io collettivo dei popoli e delle nazioni, quelle intense passioni bellicose che costituiscono le guerre.

L’emozione come transfert gemellare angelo-daimon [15]
Quando questo non avviene, l’emozione, come si vede chiaramente nell’amore, costituisce sempre lo sfondamento della soggettività che predispone a un oltrepassamento. Ma questo è anche ciò che fa l’angelo, che può essere così ripensato: L’angelo è l’apertura improvvisa di un varco dell’anima, un passaggio verso l’aldilà, l’abbattimento improvviso di una distanza siderale tra me e il vivente, che ad esso mi ricollega in un modo totalmente nuovo, con un senso ulteriore. Immediatamente, con la potenza e la leggerezza di un battito d’ali. E rilasciandomi sempre, a testimonianza di quanto ineffabile e indicibile si è dato in un incontro, un’immagine, una memoria, un simbolo, un’incisione, forse anche una ferita, per un più vero incontro nell’umano. Questo è soprattutto l’angelo emotigeno. Ecco perché l’emozione ha un indubbio connotato angelico: è motivata e motivante, messaggera e intermediaria tra un mondo e l’altro, tra materia e spirito, tra mente e corpo, tra pensieri e sentimenti.

Intendo allora l’emozione come una reazione transferale di contatto, carica di significati, tra l’angelo (mondo) e il daimon (me stesso nel profondo). Connotandolo come “emotigeno”, cioè suscitatore di emozioni, faccio pensare a un processo di ordine causale, perché l’angelo interviene nella vicenda umana come istanza archetipa del contesto generale che la informa, come è anche vero il contrario. Ma è anche acausale e sincronistico, [16] in quanto corrispondenza di “amorosi sensi”. In effetti quando l’angelo si presenta è sempre il kairós, il tempo debito.

Un caso di propagazione angelica
Nel novembre dello scorso anno ero con mia moglie Maria Luisa a una fiera del libro in provincia di Como, proprio sul lago, dove aveva organizzato uno stand della casa editrice. Di pomeriggio viene indetta una gara tra i presenti su chi, a loro stesso giudizio, avesse fatto il miglior haiku. L’haiku è un componimento poetico breve, senza fronzoli lessicali e congiunzioni, composto di soli tre versi caratterizzati da cinque, sette e ancora cinque sillabe. Per questo richiede una grande sintesi di pensiero e d’immagine. La mancanza di nessi evidenti tra i versi, di cui però il poeta conosce la segreta simmetria, lascia spazio ad un vuoto ricco di suggestioni, quasi come una traccia che sta al lettore completare. Obbligatorio un riferimento alla natura come fonte e madre di ogni ispirazione.
La valutazione tramite votazione sarebbe stata fatta direttamente dal pubblico presente nel pomeriggio del giorno dopo. Verso sera di quello stesso giorno Maria Luisa mi chiama e portandomi di fronte alla vetrata che dà sul grande lago mi dice che mentre era intenta ad ammirarlo si è accorta della presenza di una macchia nera nella visione. Immediatamente sono stato pervaso da un’intensa emozione che non saprei definire, come di sgomento di fronte all’immenso, tipo “sentimento oceanico” [17] vissuto in negativo. Maria Luisa decide di partecipare alla gara e compone un primo haiku: Guardo il lago / Ombra sulla visione / Sale la paura. La sera parlammo a lungo dell’evento prima di addormentarci, cercando di spiegarcelo sia come fatto biologico che psicospirituale (solo qualche giorno dopo con una visita oculistica avremmo saputo che si era verificato un distacco parziale del corpo vitreo). La mattina seguente Maria Luisa si alza con in mente un altro haiku: Cadono foglie / Gaie le tombe vuote / Scorre il tempo.
Quando me lo legge mi sono sentito pervadere dallo stesso sentimento oceanico del giorno prima ma in positivo. Le dico con certezza che questo haiku avrebbe vinto il premio. Di pomeriggio ci siamo assentati un attimo per ristorarci in un bar con qualcosa di caldo, vista la quasi assenza di riscaldamento nell’area della fiera, non sapendo che proprio in quel frangente si sarebbe svolta la votazione. Al nostro rientro a Maria Luisa è stato comunicato che il suo haiku aveva raccolto il maggior numero di voti.
Allora mi chiede come avevo fatto a sapere che avrebbe vinto. Le ho risposto che sono rimasto sorpreso anch’io dalla certezza assoluta che avevo provato. Questo è perciò anche un evento sincronistico vero e proprio.

Il destino delle emozioni e dell’uomo
Sappiamo che le emozioni, pur in perenne tensione tra memoria e oblio, [18] presentano una buona capacità di mantenersi invariate nel tempo, ma sono ugualmente soggette a modificarsi nel corso della storia umana secondo le epoche e le culture. Essendo, in qualità di strutture universali di riorganizzazione caotica del mondo, nei rapporti di eros e logos, legate necessariamente ai codici linguistici, simbolici e rappresentazionali del tempo.
Questo vuol dire che, entro certi limiti, l’intelligenza angelica delle emozioni può essere utilizzata oggi con sensi e significati anche molto diversi che nel passato. Limiti che segnano sempre un confine dell’umano.
E quello a cui noi oggi assistiamo, oltre a una difficoltà crescente di dare voce alle emozioni che ci richiamano al rapporto con l’altro da sé e col mondo, [19] è un’estensione iperbolica delle emozioni narcisistiche o identitarie di massa, che rimandano al grande mercato delle emozioni che è stato approntato per noi abitatori del terzo millennio, come le emozioni mediatiche, le emozioni consumistiche, le emozioni del grande fratello, le emozioni da sballo, le emozioni a rischio di vita, ecc. Tutte orchestrate da quella sostanziale apatia del cuore chiamata psicopatia, uno dei mali estremi del nostro tempo. [20]
Non sappiamo se questo è il segno di un mutamento antropologico che si risolverà all’interno dell’umano o il segno che l’uomo, avendo esaurito il senso della sua presenza nel piano divino della creazione, è in fase di superamento da qualcosa d’altro dall’umano.
Fatto sta che il destino delle emozioni, della ragione sottile degli affetti, dei sentimenti e delle passioni, è indissolubilmente legato a quello dell’uomo. Perché il futuro dell’uomo è nel bambino e il bambino è un sentimento-stella. [21] Stella: corpo astrale, messaggero di luce, angelo.

Note
Note relative all'articolo "La missione disconosciuta degli angeli emotigeni" di Baldo Lami, compreso nel volume Angelicamente. Il senso dell'angelo nel nostro tempo, a cura dello stesso, pubblicato da Zephyro Edizioni, Milano 2010:

  1. Nel libro Psicopatia e pensiero del cuore. Analisi di un concetto chiave di comprensione del nostro tempo, Zephyro Edizioni, Milano 2006, p. 67, formulo questa espressione in riferimento al mito: «Il mythos è dunque la fondazione stessa del logos e della realtà vivente, il logos erotico-immaginale che convoca e infiamma l’autorivelazione dell’essere...». La stessa cosa si può dire dell’emozione, in quanto anch’essa non distingue tra essere e parola, si condensa in immagini, trascende il tempo e lo spazio e rimanda a un fondamento immaginifico e trascendentale della realtà. Anche quando ad esempio scaturisce chiaramente dall’altro, non è mai quest’altro a determinarla, ma l’Altro in quest’altro e nella relazione con me. Ed anche quando sembra scaturire da me, va escluso innanzitutto che origini dai “correlati neurofisiologici” dell’emozione, perché questi non sono altro che, appunto, “correlati”, poi non sono neppure io in quanto psiche o psiche-soma a produrla, ma l’Altro in me e nel rapporto col mondo. Per questo l’angelo e per questo mi emoziono.
  2.  Vedi educational.rai.it
  3.  Affetto, emozione, sentimento e passione si possono in realtà differenziare, ma in questo contesto li ho usati come sinonimi, considerando le loro distinzioni irrilevanti ai fini che mi sono proposto.
  4. Descartes (1647), Les passions de l’ame, cit. in V. D’Urso, R. Trentin (a cura di), Psicologia delle emozioni, Il Mulino, Bologna 1988, p. 10.
  5.  S. Freud, Hemmung, Symptom und Angst (1926), cit. in J. Laplanche, J.B. Pontalis, Enciclopedia della psicanalisi, Laterza, Bari 1968, p. 8.
  6. Tipi psicologici, Opere, Vol. 6, Boringhieri, Torino 1969, p. 415.
  7.  P.F. Pieri, Dizionario junghiano, Bollati Boringhieri, Torino 1998, pp. 27-30.
  8. R.E. Lopez Corvo, Dizionario dell’opera di Wilfred R. Bion, Borla, Roma 2006, pp. 119-120.
  9. L’inconscio come insiemi infiniti. Saggio sulla bi-logica, Einaudi, Torino 1981, p. 318. Sulla pagina sinistra del frontespizio si può osservare la riproduzione di Un Arcangelo, tratto da un mosaico bizantino del Museo Khora di Istanbul, con una lettura dell’autore in conformità al principio di simmetria.
  10. F. Raggi, Al di là del bene e del male: la logica unitaria. Dialogando con Silvia Montefoschi, Zephyro Edizioni, Milano 2007, p. 85.
  11. Il codice dell’anima, Adelphi, Milano 1997, p. 23. Sul tema del daimon vedi anche il mio articolo “Breve storia del daimon”, www.psicosservatorio.it.
  12. R. Reisenzein (1983), The Schachter theory of emotion: Two decades later, in “Psychologycal Bullettin”, n. 94, pp. 239-264.
  13.  Le emozioni ferite, Feltrinelli, Milano 2009.
  14. Solo in questo passaggio infatti, in questo salto del verbo risiede la differenza dell’uomo dall’animale, che è anch’esso un essere emotivo. Questo è anche il cuore del grande insegnamento di Silvia Montefoschi.
  15. I transfert per Kohut sono tre: il transfert speculare, il transfert idealizzante e il transfer gemellare. In quest’ultimo l’altra persona o l’analista viene percepito come simile a sé: un gemello. Utilizzo questo termine in senso metaforico per dare l’idea della grandezza che ci investe sul piano emozionale all’improvviso contatto transferale con l’Altro, di cui in fondo ci possiamo considerare gemelli.
  16. Quanto ho affermato sulla contemporanea causalità e sincronicità dell’angelo si inserisce in una riflessione che sto conducendo da anni sulla compresenza di questi due principi in ogni fenomeno. In particolare la sincronicità, oltre ad essere polarmente opposta e complementare alla causalità, gli è sottesa. L’angelo emotigeno è un pensiero che muove dal cuore atemporale e sincronico del mondo (pensiero del cuore). Non “nasce” emotigeno, lo “diventa” nell’incontro col daimon (il proprio carattere originario).
  17. «Il sentimento dell’infinito [...] non è altro che la nostalgia della condizione infantile preedipica, quando il bambino non è ancora in grado di percepire un confine tra sé e la madre. Questa è la risposta che Freud diede a Rolland, che lo invitava a distinguere il “sentimento oceanico” dalla religione organizzata [...] Rolland, il grande scrittore e mistico francese, concordava nel considerare illusoria e adolescenziale la visione propria della religione istituzionale, ma temeva che Freud buttasse per così dire il bambino con l’acqua del bagno. Il “bambino” da salvare, cioè il nucleo autentico del sentimento religioso, è il “sentimento oceanico”, cioè l’esperienza mistica di unità con il mondo. Questo nucleo è vivo quando è viva l’esperienza dell’unità di tutte le cose, cioè nei mistici, mentre viene progressivamente svuotato e devitalizzato nelle religioni istituzionali, che non a caso vedono sempre con grande sospetto i mistici, anche quelli che si dichiarano fedeli all’insegnamento della chiesa». Tratto da Lo spirito laico, di T. Carere-Comes, www.psychomedia.it.
  18. Memoria e oblio sono le dimensioni angeliche del logos erotico-immaginale dell’emozione. L’angelo della memoria è in rapporto sia con il logos sia con l’eros: col primo “rammenta”, col secondo “ricorda”, essendo entrambi informati da ethos. Mentre l’angelo dell’oblio è in rapporto soltanto con l’eros.
  19. Nel corso tenuto diversi anni fa sulle emozioni, che mi è stato gentilmente ricordato dall’illustre personaggio onirico nel dialogo immaginario che ho avuto con lui, ho fatto autosomministrare il test La Tas-20 (Toronto Alexithymia Scale), col risultato inaspettato e sorprendente che quasi il 70% delle persone che lo hanno fatto sono risultate alessitimiche.
  20. B. Lami, Psicopatia e pensiero del cuore, cit.
  21. Ho mutuato questa delicatissima e poetica espressione, cambiandola leggermente ma sensibilmente, da R. Quaglia, L’immagine dell’uomo tra Edipo e Adamo, Edizioni Sharòn, Moncalvo 1997, p. 41, dove definisce la sostanza bambino come “sensazione-stella”. Mentre nel precedente Psicotheosi, Tirrenia Stampatori, Torino 1995, p. 101, così scrive: “Alla nascita il bambino è un’emozione pura, un’emozione viva in cerca di un’immagine che possa esprimerla”.

Autore: Baldo Lami - data: 2010-09-15 tag: angeli daimon emozioni freud jung bion matteblanco silviamontefoschi sincronicità

Le attività
 
Rassegna film d'anima
Sostegno psicologico abuso
Genogrammi familiari
Psiconcologia
Psicoembriogenesi
Immagini dell'aldilà
Angelica Mente
Mi curo da solo

Prossimo evento

Nessun evento in programma