La duplice natura del portale onirico (prima parte)
Inscrizioni telepatiche e neuro-quantistiche
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Due sono le porte

Della vastità e profondità della materia quanto-siderale dei sogni, apparsa fin dall’inizio alquanto misteriosa, oscura, quanto spesso sorprendentemente significante, molto si è sicuramente illuminato nel tempo, ma molto si trova ancora avvolto nel più fitto mistero, come quello che qui intendo affrontare, che è rimasto stranamente eluso dall’indagine onirologica della psicoanalisi.

Se lo fosse stato, si sarebbe scoperta per tempo, proprio attraverso i sogni, alcuni in particolare, la magnifica tela della complessità del vivente, la matrice intersoggettiva in cui tutti siamo tramati, palpitanti attraversamenti e incroci. Molto prima che si fosse imposta all’attenzione. Ma soprattutto molto tempo prima che si fosse oggettivata nella rete telematica di internet a livello di pura virtualità. Come del resto è il mondo quantistico delle particelle di cui tra poco parlerò.

Mi riferisco alla ben nota teoria della duplicità del sogno vigente in tutta l’antichità classica e che Omero, nel diciannovesimo libro dell’Odissea, ha così brillantemente sintetizzato facendola esporre a Penelope, essendo lei la “veggente” del sogno (delle oche e dell’aquila) raccontato a Ulisse, che nei panni di uno straniero suo ospite non le si era ancora rivelato al suo ritorno a Itaca. Già, Penelope e la tela.

«Per loro natura i sogni sono inesplicabili e portano messaggi difficili da interpretare, né ogni cosa si compie per i mortali. Due sono le porte dei sogni immateriali, una di corno e l’altra d’avorio; e quelli che escono attraverso l’avorio illudono, perché portano messaggi che non si realizzano, mentre quelli che procedono per la porta di polito corno compiono cose vere, ogni volta che un mortale li vede.»

Se “un mortale li vede”, infatti, i greci i sogni li vedevano, non li facevano. Se poi premonivano o meno e se la premonizione era fondata o falsa, solo il tempo poteva confermarlo. La qualifica di “illusori”, ingannevoli o addirittura falsi, era pertanto messa in rapporto a quella di “veri”, quando si costatava che tali sogni non si realizzavano, per cui venivano attribuiti alla sola psiche e non passanti attraverso di essa: prodotti evanescenti e caduchi delle sole passioni umane, chimere, fantasmi, effimere esteriorizzazioni fenomeniche. Ma gli antichi interpreti non potevano discriminarli in anticipo.

Omero aveva già toccato il motivo della doppia porta nel tredicesimo libro, quando racconta del misterioso antro sito nell’isola di Itaca in cui si aprivano due porte, quella rivolta a nord era “la porta degli uomini”, da cui discendono i mortali, quella rivolta a sud era “la porta degli dei”, appannaggio degli immortali. Allusione alle porte solstiziali associate alle costellazioni del Cancro e del Capricorno, tradizionalmente cariche di significati iniziatici.

Virgilio riprende il tema omerico, riferito anche da Platone, con la precisazione che le due porte si trovano nell’Ade, dove Enea con la Sibilla Cumana si reca per interrogare i morti sul futuro della sua missione civilizzatrice, insieme alla curiosissima notazione che lo stesso viene fatto tornare nel mondo dei vivi passando dalla porta d’avorio, quella dei sogni illusori. Cosa che ha fatto scervellare gli esegeti nel tentativo di capirne il significato, che va dal pensiero più banale che Virgilio possa avere tranquillamente sbagliato porta, un “errore di battitura” insomma, a quello più forbito che abbia voluto sottilmente alludere all’idea che forse anche tutto il mondo dell’aldilà sia fasullo. Tutt’altro, l’allusione, abbastanza esplicita mi pare, è che tutto il mondo di qua lo è, illusorio, in quanto realtà profana dell’esistenza. Solo accostandosi al sacro, attraverso l’intermediazione simbolica e nell’unità di mente e cuore, si può percepire “qualcosa” di vero.

La mission psicoanalitica

E arriviamo al punto. È veramente curioso e stupefacente che i due principali artefici della psicologia del profondo, che con la loro sterminata produzione saggistica hanno dimostrato di possedere un background culturale veramente fuori dal comune, con un interesse spiccato e appassionato per il mito e l’antico, abbiano sorvolato su questo passo omerico che testimonia uno dei cardini più rilevanti dell’antica onirologia. Che conoscevano oltretutto molto bene. Chiaro segno di imbarazzo? Certamente. Ma a un secolo di distanza possiamo inferire il motivo profondo di questa apparente omissione. Occorreva compiere un tradimento ma contemporaneamente un “incesto”,[1] che solo a pensarci fa venire i brividi perché avrebbe potuto avere ricadute incalcolabili per tutto il genere umano. Si trattava di tradire proprio quel grande amore, dire addio alla vecchia e cara tradizione e narrazione spirituale e mitopoietica dell’uomo e del mondo, voltare pagina. Ma nello stesso tempo compiere con lei un incesto simbolico, foriero di un passaggio evolutivo a dir poco epocale. Perché proprio da queste portentose radici hanno tratto il novus che premeva per essere liberato. E osare: riscrivere i processi della mente nella sua totalità, che poteva voler dire cambiarla per sempre.

Così, quasi avessero finemente accordato le loro menti sul passo da compiere, hanno operato la stessa scelta di campo, uniti, pur divisi, in una comune mission per fondare la nuova scienza delle visioni dell’uomo, che sono sempre impronte memorabili di civiltà: se l’antica onirologia intendeva occuparsi solo dei sogni esterni alla psiche, considerati veraci, la nuova onirologia avrebbe dovuto occuparsi solo dei sogni interni alla psiche, considerati tradizionalmente illusori, anche perché è da questa e solo da questa che provengono tutti i sogni, veraci compresi. Era tempo. Ma con un diverso spin[2] tra di loro, polarmente opposto: non c’è divino che non possa essere ricondotto all’umano, in Freud; non c’è umano che non possa essere ricondotto al divino, in Jung.

Salvo ricreare la dualità delle due porte all’interno dell’opzione psichica. Infatti, non che i due insigni maestri non si fossero mai occupati dei sogni che sarebbero stati considerati uscenti dalla porta di corno, tra cui possiamo annoverare un’ampia gamma di eventi come i sogni telepatici, premonitori, iniziatici, precognitivi, diagnostici, prognostici, creativi, di guarigione, ecc. Tutt’altro. Jung in particolare li studiò lungamente identificandoli come “grandi sogni”, sogni prospettici o archetipici, poiché dovuti all’irruzione di un’immagine dell’inconscio collettivo a forte tonalità emotiva. A fronte dei sogni più comuni, quotidiani, sempre più frequenti in analisi, su cui l’opera terapeutica cerca di attuare il passaggio dal piano della metafora a quello del simbolo, unificante e potenzialmente trasformativo. Ma anche Freud ha accennato a una funzione prospettica del sogno, oltre ad avere distinto i sogni dal basso, provocati dalla forza di un desiderio inconscio rimosso, dai sogni dall’alto, che sono connessi a idee o a intenzioni dello stato di veglia. Corrispondenti a un’importante divisione già fatta dallo stesso in precedenza tra i sogni derivati dall’Es e i sogni derivati dall’Io.

Ma tutta questa grandiosa e variegata fenomenologia onirica doveva comunque essere di esclusiva produzione interna, nessun sogno poteva considerarsi totalmente esterno ed estraneo alla psiche. Nessun sogno mendace. Numerosi furono i vantaggi fino a tutto il moderno, che in altra sede ho chiamato neomitico, ma gli svantaggi hanno cominciato a farsi sentire con la postmodernità, cioè col postmitico.[3]

Questa tematica avrei voluto affrontarla già all’inizio della professione, ma soprassedei per le contingenze del nuovo piano di vita che mi si era aperto, e feci bene, poiché la conoscenza delle incommensurabili profondità dell’animo umano, dopo l’iniziazione analitica, mi doveva venire dall’esperienza dell’incontro diretto con l’altro, da cui in seguito si evidenziò l’approccio e l’orientamento intrapresi. Approccio che condivide la visione generale di un sistema unitario fondato sui processi, che nel loro fondamento archetipico sono psichici e materiali insieme. Jung ha definito tale carattere “fusionale” col termine psicoide.

Inscrizione onirica telepatica

Racconto un mio brevissimo sogno fatto molto tempo fa: incontro un mio amico al centro della Galleria Vittorio Emanuele a Milano, era in coppia con sua moglie, ci salutiamo e parliamo un po’, ma sono sorpreso dal suo pallore cadaverico. Da sveglio ho avuto subito l’impressione che il sogno non mi riguardasse direttamente, così gli telefono per salutarlo con l’intento di capire come stava. Tutto bene. E così parve procedere per una decina d’anni, tanto che avevo ormai archiviato il sogno con una “interpretazione a livello del soggetto”, come una mia parte “esangue” legata alla coppia, che al tempo non avevo, oltre, ma soprattutto, a un impallidirsi in me dell’interesse verso la misteriosa attività terapeutica condotta dal mio amico. Con sua moglie – una coppia affiatata di seri professionisti conosciuti anche in campo internazionale – faceva infatti parte di una cerchia magica dove si praticava una forma di magia terapeutica chiamata “magia bianca" che, da quel poco che sono riuscito a sapere, consiste in procedure rituali di guarigione svolte in “catena” da tutti gli adepti. A suo tempo mi aveva molto incuriosito e affascinato, poi pensando che sotto questo nobilissimo “bianco” potesse nascondersi del “nero” di tutt’altro ordine di idee, mi distaccai, grazie anche al training analitico che avevo in corso. Anche se sono rimasto con l’idea che qualcosa di terapeuticamente valido ci possa essere in questa metodica.

Solo in seguito a un improvviso ricovero in ospedale seguito da decesso nel giro di poche settimane, sua moglie mi confidò che gli avevano diagnosticato un cancro già molti anni prima (mi precisò anche l’anno, che corrispondeva al secondo anno successivo a quello del mio sogno, aggiungendo che l’oncologo le disse che doveva averlo già da un paio d’anni) e che in seguito a una non meglio precisata terapia era riuscito a fermarlo fino a quel momento.

Più che prognostico, questo flash onirico può essere più propriamente considerato un “sogno telepatico”, poiché non annuncia in prima istanza l’esito infausto di una malattia, quanto l’innesco attuale di un processo patologico. In Psicoanalisi e telepatia Freud definisce la telepatia «quel fenomeno per cui si presume che un evento occorso in un determinato istante giunga pressappoco simultaneamente alla conoscenza di una persona che è lontana nello spazio».

La tesi di Servadio

Una volta superata la prudenziale riluttanza dell’inizio, i successivi sviluppi della psicoanalisi freudiana su questo tema hanno condotto Emilio Servadio, uno dei pionieri della psicoanalisi in Italia e appassionato di fenomeni parapsicologici, a questa straordinaria tesi:

«La telepatia è sintonia di immagini e di affetti, è un fenomeno assai più “viscerale” che non “cerebrale”. Può darsi che abbia un substrato fisico, che un giorno si riuscirà a dimostrare: ma, per ora, il suo aspetto è quello di qualche cosa che è a un tempo immateriale, e appartenente a livelli elementari, vitali, dello psichismo umano. Secondo punto: l'evento telepatico, anche il più apparentemente “spontaneo”, non avviene per caso: esso è in qualche modo condizionato dai rapporti e dai legami affettivi dei partecipanti, i quali appaiono avere, sempre e comunque, qualche cosa di reciproco e di complementare che tende a sintonizzarsi o a fondersi. Con la telepatia appare provvisoriamente cancellato un dualismo, e ristabilita per qualche istante una “unità nella pluralità”».[4]

Questa concezione è sorprendentemente molto vicina a quella che Jung, che in realtà può essere considerato un antesignano della ricerca in questo campo, ha dato della “sincronicità” (principio di nessi acausali), ideata e perfezionata anche grazie agli scambi avuti con Wolfgang Pauli, uno dei padri della meccanica quantistica.

Il sogno che ho raccontato è solo uno dei sogni telepatici che ogni tanto faccio, per fortuna non frequentemente, tutti con la stessa infelice e inesorabile conclusione. È mia madre che mi ha trasmesso questo “dono”, ma con una differenza fondamentale tra me e lei. Lei coglieva il processo patologico alla fine (consanguinei in vita sognati morti o morenti avevano i giorni contati), io all’inizio, e non solo su consanguinei, per cui possono intercorrere diversi anni prima di realizzare la prognosi negativa. Tempo in cui è pur sempre possibile guarire. Questo è stato uno dei fattori che mi ha condotto a intraprendere il lavoro che faccio e il mio interesse per la psicosomatica.

Ma appartengono ai sogni telepatici anche quelli in cui il paziente riesce a “intrufolarsi” nella vita privata dell’analista captando informazioni oggettive che non poteva possedere, ad esempio sulla sua casa o sulla sua famiglia, o soggettive come pensieri e sentimenti inespressi, arrivando a cogliere anche il suo stesso orientamento teorico con sogni che lo confermano. Tutti sono ormai a conoscenza di sogni tipici freudiani, junghiani, adleriani, lacaniani e via dicendo, fatti con analisti appartenenti a quelle scuole. Infine si potrebbe anche convenire che non è affatto escluso che una base o una quota telepatica ce l’abbiano tutti i sogni.

Superato il problema che la dicotomia divino-umano, squalificante la psiche e l’umano tutto, aveva posto ai maestri, poiché oggi non si dà più, è il momento di recuperare l’immagine delle due porte per risignificarle anche grazie ai nuovi codici di senso che nel frattempo si sono prodotti. Senza correre il pericolo di cadere in antinomie paralizzanti per il pensiero contemporaneo, essendo possibile riferirle alla naturale dualità inscritta nel cuore ontologico e ontoquantico dell’essere. Come ci insegna ancora oggi la grande intuizione dell’antica filosofia cinese relativa al concetto di yin e yang e la moderna fisica dei quanti relativa al dualismo onda-particella inquadrato teoricamente da Max Bohr nel principio di complementarietà.

Fisica e poetica delle particelle

Limitatamente ai fini dell’elaborazione in corso, traduco solo alcune delle grandi idee che hanno caratterizzato quell’insieme composito di teorie che pur nella loro meravigliosa “incompletezza” e contraddittorietà costituiscono la più grande rivoluzione scientifico-culturale del ventesimo secolo, chiamata meccanica quantistica,[5] che apre scenari evolutivi inimmaginabili alla futura umanità e che corre sincronicamente non a caso insieme alla psicoanalisi e al cinema. Tutte risalenti all’inizio del ‘900.

Dopo il summenzionato principio di complementarietà, ci addentriamo sempre più nel cuore pulsante della nuova fisica con un atto di genio matematico, quello relativo all’equazione che definisce la funzione d’onda di Erwin Schrödinger (identificata con la lettera greca Psi - ψ), che permette di descrivere compiutamente a livello probabilistico le proprietà ondulatorie della materia che costituiscono un insieme di possibilità compresenti e sovrapposte, e col più noto e clamoroso principio di indeterminazione di Werner Heisenberg. Che afferma che attraverso l’osservazione non è possibile la determinazione simultanea delle variabili coniugate di un sistema quantistico, come quelle relative al duplice comportamento della particella, ora materiale e corpuscolare, ora immateriale e ondulatorio. Ma soprattutto che l’osservazione di un fenomeno condiziona e modifica il fenomeno stesso.

C’è quindi un’interazione ineliminabile tra sistema osservato e sistema osservatore, che determina una trasformazione irreversibile[6] in entrambi i sistemi, non solo fisica ma psicofisica, essendo il sistema osservatore formato dall’insieme indistricabile di due sguardi, uno interno, coscienziale, e uno esterno, che in questo caso non è fornito dall’occhio fisico, impossibilitato a vedere alcunché nel microcosmo, ma dall’apparato strumentale di rilevamento. Incontro a duplicità di sguardi, però: anche l’osservatore è osservato. Perché anche la nostra graziosa particella, secondo Jean Charon, oltre alla sua ormai nota onda psi, corrispondente a uno sguardo verso l’esterno, ne possiederebbe anche un’altra, chiamata onda sigma, corrispondente a uno sguardo verso l’interno, verso il proprio potenziale quantico di memoria cosmica, fornitole, secondo David Bohm, dall’ordine implicato complessivo dell’intero universo, che costituirebbe la natura e la mente del vuoto quantistico (sub-quantistico per Ervin Laszlo)[7] o campo di punto zero.

Campo unificato di informazione e d’interconnessione globale, dove ogni parte reca con sé un’immagine olografica implicita del tutto in continuo dispiegamento. In interazione anche con l’ordine esplicato della manifestazione fenomenica che da esso promana, perché informazione che mette in forma e che guida pertanto il divenire per individualizzazione e complessificazione crescente. Dove ogni oggetto appare separato nello spazio e nel tempo, noi in primis. Noi osservatori coscienti increduli e spauriti nell’oceano fluttuante dell’assoluta imprevedibilità degli eventi, che non ci stanchiamo di voler prevedere, perché con la perdita progressiva di coerenza quantistica (decoerenza) tra noi e il cosmo, abbiamo perso la certezza che l’essere è e il non essere – il nulla, il vuoto assoluto – non è.

Certezza che la tremula e mistica particella, piccola e vibrante ipotesi, risonanza limbica di immaginaria mente, primigenio algoritmo della vita, sembra invece possedere, non smettendo mai di “credere” nella possibilità di esistere, di relazionarsi e di congiungersi.

Ma cosa succede se vogliamo fotografarla? Che può significare violarla per coglierla nella sua nuda verità? Lo testimonia una variante dello stesso esperimento che dimostrò la natura duale delle particelle, noto come esperimento della doppia fenditura (detto per questa variante “a scelta ritardata”) in cui, sparando un fascio di elettroni su uno schermo-maschera contenente due fessure interposto tra l’emittente e uno schermo-bersaglio, si riscontrano su questo delle tipiche figure di interferenza in successione alternata di bande chiare e scure (spiegabili con la teoria ondulatoria), che scompaiono come d’incanto non appena si piazza dopo una delle due fessure un rivelatore di particelle (che è l’occhio meccanico esterno dell’osservatore) al fine di coglierle nell’atto dell’attraversamento per verificare cosa e dove passa. Significando in questo caso che gli elettroni, come intuendo di essere ripresi, presentendolo, hanno cessato immediatamente di comportarsi come onde e, precipitando in uno stato determinato, si sono comportati come corpuscoli, che in quanto tali lasciano sullo schermo-bersaglio solo le due tipiche bande corrispondenti alle due fenditure.

Comportandosi come quegli indigeni che, come ci racconta Frazer, erano restii a essere fotografati dai primi esploratori bianchi e fuggivano vergognosi perché temevano che la loro anima (l’onda) potesse restare in tal modo catturata e “precipitare” in uno stato de-finito. Precipitazione, questa, che nel linguaggio fantasioso della meccanica quantistica si chiama più propriamente collasso della funzione d’onda o riduzione del pacchetto d’onda, che certifica la fine dell’“innocenza” quantistica di Alice nel paese delle meraviglie, dove tutto è possibile, in cui le particelle esistevano in due o più luoghi o stati simultaneamente (sovrapposizione di stati), verso un unico stato osservabile, che era quanto si desiderava ottenere.

Questo fenomeno è stato più suggestivamente descritto nel seguente modo: appena uscito dalla fonte emittente, l’elettrone che viene sparato sullo schermo sparisce immediatamente dissolvendosi in una nube di elettroni fantasma (che sono le sue configurazioni d’onda significanti una “rosa di valori possibili”) ciascuno dei quali passa “a modo suo” da entrambe le fessure della maschera, interferendo poi con se stesso dopo averle attraversate, per finire sullo schermo di arrivo nelle note figure di interferenza. Ma questa nube fantasma esiste e funziona solo se non viene osservata, perché nel momento fatidico in cui viene vista, tutti i fantasmi elettronici si dileguano all’istante tranne uno, che, come per amore, si materializza come un elettrone reale per l’osservatore che ardentemente lo aspettava, presentandosi alla sua coscienza come un evento emergente generato dalla stessa.[8]

È magia questa? No, è la fisica del ventesimo secolo! Per questo però oltremodo imbarazzante o, per meglio dire, perturbante. Ed è sempre per questo che per non impelagarsi in questioni metafisiche infinite si decise “a maggioranza” di tornare a escludere l’importanza dell’osservatore nella causazione dell’evento con una spiegazione meccanicistica, tuttora ritenuta valida dall’ortodossia scientifica, anche se successivi esperimenti ne riaffermarono l’ineludibile centralità.

“L’intima natura delle cose ama nascondersi”, come dice Eraclito, ma l’osservatore costringe la natura a “rivelarsi”, come dice la meccanica quantistica, anche se dopo torna a nascondersi in lui nell’inconscio, come dice la psicoanalisi, che da lì torna a rigenerare il nascondimento anche all’esterno. Ma oggi, a partire dalla nascita gemellare e “sincronistica” di queste due scienze, la rimozione non regge più, la separazione tra esterno e interno è saltata, e il microcosmo fisico si sta rivelando sempre più simile al microcosmo psichico, al funzionamento non locale e non lineare della mente.[9]

Per concludere, in questa poetica della metafisica dei microenti, l’onda sembra essere molto di più di una mera funzione matematica e astratta di probabilità, certamente utile come metafora per interrogarci nell’interrogare il mondo, una metafora-specchio, perché la nostra domanda ci torna stranamente indietro interpellandoci a sua volta. Una figura d’interpellanza, quindi, che ci appare immaginariamente dotata di preveggenza e di una sensibilità infinita, in quanto esplorazione ideativa, teleologica e secondo alcuni anche teologica condotta in seno alla Oneness (l’uno, l’infinito e l’universo come campo quantistico unitario),[10] al fine di predire quali futuri sono possibili, futuri intesi come tendenze a esistere e in cui l’esistere non si dà se non in relazione. L’onda infatti ama sintonizzare i campi quantici (coerenza) e intrecciarsi con altre onde (entanglement), costituendo quel famoso “mare” quantistico, fluttuante, con cui Paul Dirac amava definire il vuoto dell’infinitamente piccolo, il vuoto della sinfonia festosa e gorgogliante delle oscillazioni ideiche,[11] la cui tramatura si dice possa costituire lo stesso tessuto geometrico dello spaziotempo.

Vista così, è veramente difficile non arrivare a considerare l’onda come un impulso elementare e infinitesimale del desiderio di vita, come istanza erotico-conoscitiva, come cifra e misura dell’infinito, come apertura sull’altrove, come invocazione dell’altro.

Un fantasma si aggira per l’universo

A questo livello, in cui la fisica sembra coincidere con la metafisica, e l’ontico (ciò che è) con l’epistemico (ciò che conosco di ciò che è), anche il fisico più ortodosso è costretto ad ammettere che l’universo non si trova in uno stato pienamente oggettivo, reale, e che il suo costituirsi oggettivo, realmente esistente, viene in qualche modo a dipendere da quel singolare “oggetto” cosmico, con una funzione d’onda molto complessa che l’ha costituito “soggetto”, che da questo non pienamente oggettivo, non pienamente reale, non pienamente esistente, è sorto.

Ma “l’esistere che non si dà se non in relazione”, sopra detto, risponde a un’esigenza fondamentale della vita, esigenza che il filosofo e teologo britannico George Berkley, grande teorico dell’immaterialismo, cioè la dottrina per cui nulla esiste al di fuori della mente, ha formulato in quest’altra calzante e pertinente accezione: esse est percipi,esistere è essere percepito”. E non c’è niente di più perturbante, ci insegna Freud, del sentimento che si genera in noi quando una “cosa” viene percepita come familiare ed estranea nello stesso tempo. Come ciò da cui ci siamo allontanati fin dalla notte di tempi, la matrice da cui ci siamo differenziati e che si costituisce pertanto come “fantasma delle origini”.

È stato lo stesso Einstein a condurci senza volerlo sulla strada di questa particolare condizione della materia ante litteram a proposito del paradosso Einstein-Podolsky-Rosen (paradosso EPR) con cui, presumendo valido il realismo locale, ossia le nozioni intuitive che i parametri delle particelle abbiano valori definiti indipendentemente dall'atto di osservazione e che gli effetti fisici abbiano una velocità di propagazione finita, evidenzia come paradossale il carattere non locale della meccanica quantistica nella sua interpretazione ortodossa, concludendo per la sua incompletezza, cioè per la presenza di “variabili nascoste”. L’enorme interesse scientifico suscitato da questo esperimento mentale, pur con intento critico, è stato quello di prevedere con assoluta certezza il più grande e stupefacente fenomeno della microfisica, noto come entanglement quantistico, che fu effettivamente comprovato sperimentalmente molti anni più tardi.

Alla base di questo bizzarro comportamento ci sarebbe il fatto che due particelle, che abbiano avuto origine dallo stesso processo fisico o che a un certo momento della loro esistenza si siano incontrate e abbiano interagito per un certo tempo, non possano più avere destini assolutamente distinti. Si dice che le loro onde si siano indissolubilmente intrecciate (entangled) formando un unico sistema descrivibile da un’unica funzione d’onda che le unisce e comprende, anche se le due particelle si vanno a collocare su due diverse galassie. Ragion per cui quello che accade a una di esse si “ripercuote” immediatamente sull’altra, se una delle due collassa, collassa anche l’altra in uno stato corrispondente. Il misterioso legame che le unisce rappresenterebbe una sorta di “connessione telepatica” che, per l’istantaneità con la quale si verifica, abbatterebbe la famosa barriera della velocità della luce sostenuta dalla teoria della relatività di Einstein.

Il maestro, sconcertato, definì questo fenomeno per lui fisicamente impossibile con le leggi fino allora conosciute: “azione fantasma a distanza”. Non lo negò, ma ritenendo che Dio non giochi a dadi chiese una spiegazione scientifica più plausibile di quella data dai primi teorici della meccanica quantistica (casualistica e probabilistica), invitando a investigare su possibili “variabili nascoste”. La teoria di David Bohm, summenzionata, si può collocare in quest’ambito di ricerca, che arriva alla conclusione ancora più sconcertante che “fantasma” sia in realtà l’intero universo, un ologramma gigantesco dinamico e interattivo splendidamente dettagliato. Un’“insostenibile leggerezza dell’essere”, è proprio il caso di dirlo!

(Fine prima parte)



[1] Nella storia dell’umano pensiero, per Silvia Montefoschi, l’incesto simbolico si compie ogni volta che la coscienza-figlio, accettando di aprirsi all’ignoto che non può più esplorare con i paradigmi del momento, si tuffa nell’inconscio-madre per attingervi la nuova conoscenza dell’essere che giace nel potenziale delle sue profondità, portandola così in superficie per renderla disponibile a tutti.

[2] Lo spin è il momento angolare quantico, una grandezza associata alle particelle che concorre a definire lo stato quantico.

[3] Baldo Lami, Psicopatia e pensiero del cuore. Analisi di un concetto chiave di comprensione del nostro tempo, Zephyro 2006. Gli svantaggi di cui parlo si riferiscono all’indebolimento progressivo del soggetto, inizialmente provvidenziale data la sua monoliticità, fino alla sua attuale liquidità e definitiva prossima scomparsa.

[4] Emilio Servadio, Corriere della sera, 19 luglio 1988 (articolo rintracciabile online).

[5] Bibliografia utilizzata: Il Tao della fisica di Fritjol Capra, Adelphi 1982; Il cosmo intelligente di Paul Davies, Mondadori 1989; Il Tutto di Jean E. Charon, Mediterranee 1989; Il cantico del quanti di Hortoli e Pharabod, Theoria 1991; Entanglement di Massimo Teodorani, Macro Edizioni 2007.

[6] Alcuni fisici sostengono però che, almeno a livello quantistico, il processo può essere reversibile.

[7] Secondo Laszlo la fisica ha evidenziato che il vuoto sarebbe una vera e propria dimensione, una matrice che sottostà ai quanti, dalla quale emergono e ritornano le particelle elementari, un vuoto dalle incredibili potenzialità e densità, un superfluido costantemente informato di ogni interazione presente nell’universo, che potrebbe rappresentare il quinto campo (Campo Unificato di Informazioni o Campo ψ) da cui originariamente sono emerse e da cui si sono differenziate per rottura della simmetria le quattro forze della fisica attuale: la gravità, l’elettromagnetismo e le due forze nucleari "forte" e "debole". Nei suoi libri l’autore propone una coerente visione evolutiva formulando una Grande Teoria Sistemica capace di abbracciare l'intero processo evolutivo dal Big Bang ai sistemi sociali. Il vuoto quantistico è dunque in realtà un plenum di energie virtuali e il vero e proprio medium tra materia e coscienza.

[8] «Forse la fisica quantistica ci sta dicendo che la mente umana “deve” esistere affinché il resto dell'universo possa esistere, altrimenti non ci sarebbe nessuno ad osservarlo e ciò significa che resterebbe in eterno nel limbo delle possibilità. La realtà è il contenuto della nostra coscienza, come ha scritto recentemente Eugene Wigner». Fausto Intilla, La funzione d’onda della realtà, Lampi di Stampa 2006.

[9] Un sistema si dice “non locale” quando l’informazione relativa a un processo che si dà in un qualsiasi suo punto si trasmette istantaneamente a tutti i suoi punti. Un sistema si dice invece “non lineare” quando anche piccoli cambiamenti all'ingresso dello stesso possono causare grandi effetti all'uscita. Un esempio è il caso dei sistemi caotici.

[10] Il riferimento è alla straordinaria visione olistica e unitaria del cosmo di Giuliano Preparata, che con Emilio Del Giudice ha elaborato la “Teoria della coerenza elettrodinamica quantistica”.

[11] Aggettivo derivato da Ide, l’istinto di tentativo e principio vitale di tutto ciò che esiste, un concetto basilare della teoria micropsicoanalitica. La micropsicoanalisi, di matrice freudiana, è l’unica scuola psicoanalitica attualmente in grado d’interfacciarsi adeguatamente con la meccanica quantistica (e le scienze tutte), poiché possiede una strumentazione teorica e concettuale adatta allo scopo. Vedi gli innovativi e importantissimi concetti di vuoto, organizzazione energetica del vuoto, dinamismo neutro del vuoto, ide, memoria ideica e immagine. Bibliografia: Dizionario di psicoanalisi e di micropsicoanalisi di Silvio Fanti, Borla 1989; La vita: Involucro vuoto di Quirino Zangrilli, Borla 1993. Seguita per la verità da una recentissima corrente di analisti junghiani che si sono distinti per una ripresa e ulteriore sviluppo delle grandi intuizioni del maestro che allora lo avevano posto all’avanguardia rispetto a Freud su questo terreno, in merito ai concetti di sincronicità, unus mundus, psiche oggettiva (inconscio collettivo) e psicoide. Quest’ultimo concetto, che individua l’archetipo anche come generatore e modulatore di energie psicomateriali, giustifica il nome della proposta teorica, ancora agli albori di una sua reale formalizzazione, come “Psicologia analitica quanto-psicoide”. Bibliografia: Psiche e realtà di Tiziano Cantalupi e Donato Santarcangelo, Tecniche Nuove 2014.


Autore: Baldo Lami - data: 2016-05-10 tag: freud, jung, silvia montefoschi, sincronicità, fantasmi, telepatia, meccanica quantistica, entanglement

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