La concezione del soggetto in Lacan e in Jung
di Silvia Montefoschi
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«Sempre nella linea di sviluppo del pensiero psicoanalitico, lungo la quale si può leggere il tentativo di recuperare sul piano di teoria il concetto di soggetto e quello di relazione, il pensiero di Lacan può presentarsi come il più radicale nel concepire il processo di soggettivazione come dinamica della coscienza. Tuttavia il momento storico in cui la teoria lacaniana viene elaborata e il metodo di pensiero cui l’autore si attiene (lo strutturalismo) ne fanno l’espressione di un ritorno a precedenti concezioni oggettivistiche e deterministiche della vicenda psicologica piuttosto che un ulteriore passo avanti nella ricerca di un fondamento teorico della soggettività

Lacan viene dopo Jung, il pensiero del quale approda ad una concezione antropologica che coglie l’essenza umana proprio nel processo di soggettivizzazione, processo che l’uomo realizza trascendendo l’immediatezza del suo rapporto con la natura, grazie al simbolo che egli stesso crea.

Anche Lacan (che a Jung non si riferisce) sembra riscoprire questa chiave interpretativa dell’umano e la utilizza nel suo ritorno a Freud per interpretare la vicenda dell’Edipo, la quale si traduce, grazie al nuovo linguaggio, nel discorso seguente. Il bambino, nella relazione duale con la madre, ricompone sul piano dell’immaginario l’unità perduta alla sua nascita, quando, separato dal corpo materno, si è aperto al mondo; in questa relazione immaginaria si confonde con l’altro, come complemento di una di lui mancanza (come “fallo” della “madre senza fallo”) e ritrova così la pienezza, un senso compiuto del suo esserci, come senso dell’esserci dell’altro e in questo senso pone la sua prima identità. La legge del padre, vietando l’immediatezza della relazione, costringe il bambino alla mediazione; questi sostituisce il simbolo all’oggetto e prende così da esso la distanza che lo fa soggetto. E il soggetto da quel momento insegue di simbolo in simbolo (ovvero di significante in significante) l’oggetto (ovvero il significato) perduto per sempre nell’inconscio e a cui non potrà più accedere pena la perdita della soggettività. Egli si impegna così nell’ordine linguistico e sociale alla perenne ricerca di una realtà ineffabile: la perduta totalità originaria, che a lui si prospetta come il significato ultimo, che abbracci la totalità del reale, e in cui possa fermare la propria identità. Dal superamento dell’Edipo ha quindi inizio la dialettica del divenire uomo dell’uomo: la perdita e il recupero dell’identità, attraverso l’apprendimento di modelli linguistici, comportamentali, culturali e sociali.

Per Lacan quindi, come per Jung, è l’accesso al simbolo il momento costitutivo dell’uomo quale fatto coscienziale, ma mentre Jung coglie questo evento nel processo storico del divenire umana dell’umanità, processo che si dà nel singolo individuo come intenzione di una propria realizzazione, Lacan lo pone come momento iniziale di ogni singola storia individuale, facendone così una vicenda personalistica anche se riferita all’universo delle persone.

Indicativi di questi due diversi orientamenti sono gli episodi che, entro le due linee di pensiero, vengono portati come esempi del primo accesso alla dimensione simbolica. All’interno del pensiero lacaniano ci si rifà ad una storia familiare, la storia che Freud ci racconta del bambino e del rocchetto, in cui la sostituzione del simbolo all’oggetto (il rocchetto al posto della madre) si impone come necessità di rinuncia, in rispetto all’ordine dei rapporti della struttura familiare, unico ordine, imposto dalla legge del padre, che consente il passaggio dalla promiscuità naturale alla organizzazione sociale. All’interno del pensiero junghiano, l’autore stesso ci racconta un rito collettivo, il rito di fecondazione di alcune popolazioni indigene australiane, all’interno del quale la sostituzione del simbolo all’oggetto (il buco nella terra al posto del genitale femminile) scaturisce dalla necessità per gli uomini di entrare in un rapporto produttivo con la natura.

Nel primo caso, dunque, l’accesso al simbolico è inerente alla legge che regola i rapporti di parentela, i quali, dal pensiero strutturalista, sono dati come degli a priori rispetto alla vita sociale, il che fa sì che la necessità della simbolizzazione si presenti come un esser così dell’uomo già prima del suo farsi sociale; nel secondo caso, viceversa, l’accesso al simbolico si dà nel momento stesso della socializzazione, momento in cui si stabiliscono i rapporti degli uomini tra loro, in funzione di una comune attività lavorativa, e ciò fa sì che la necessità della simbolizzazione si presenti come la necessità stessa della prassi sociale, che, sola, rende l’uomo uomo.

Procedendo nel confronto fra i due autori si può ancora notare quanto segue. Per Jung l’avvento della soggettività è un processo che accompagna e intenziona, lungo tutta l’esistenza, l’uomo che, nel prendere coscienza di sé medesimo e del mondo, ripetutamente torna a trascendere l’immediatezza del vissuto, grazie al simbolo che a lui si rivela dal suo stesso inconscio; così l’essere umano si presenta tale proprio in quanto impegnato a divenire umano e il simbolo, che dall’inconscio torna a riprodursi, acquista, in questo divenire, valore di progetto, di indicazione di un possibile futuro. Per Lacan viceversa l’accesso all’ordine simbolico (che si presenta già costituito) si pone in un momento definito dell’esistenza, momento che, una volta per tutte, dà nascita al soggetto, separando l’uomo dall’inconscio che resta pertanto un fatto del passato. Di qui il discorso dell’inconscio ha, per Jung, sempre e comunque un significato prospettico e, per Lacan, esso ha il significato di riempire le lacune del discorso cosciente. 

E ancora (sempre lungo il confronto che stiamo seguendo) mentre per Jung è l’uomo che, nel mettere in essere la condizione umana nella dimensione universale, crea i simboli, il linguaggio, i modelli comportamentali e culturali, facendosi in tal modo soggetto all’interno dei rapporti sociali; per Lacan viceversa il linguaggio e la cultura si impongono all’uomo nella dimensione individuale dal di fuori, allenandolo così dalla sua originaria essenza che è altro dalla sua soggettivazione nel sociale.

La teoria di Lacan dunque, se collocata entro quella linea di sviluppo del pensiero psicoanalitico che si muove alla ricerca di un fondamento teorico del processo di soggettivizzazione, non può rappresentare un ulteriore passo avanti rispetto alle posizioni già raggiunte prima di lui, in quanto lo stesso concetto della soggettivizzazione che, nelle precedenti elaborazioni teoriche, era arrivato quasi a coincidere con quello della essenza umana colta nella dimensione psichica, relazionale e quindi sociale, subisce nella teoria lacaniana una grossa svalutazione. All’interno di quest’ultima infatti l’essenza umana si pone in una completezza originaria dell’essere, che è prima e al di là del farsi soggetto, e il farsi soggetto si presenta come una perdita di quell’essenza, e quindi come una ineliminabile condizione di alienazione; alienazione che è per di più ontologizzata come l’unica modalità del socializzarsi.

Sicché, nella teoria lacaniana, l’uomo è in una sua essenza irrelata e si aliena nel suo divenire relazionale entro la società. In tal modo anche il concetto di relazione subisce una svalutazione, in quanto la relazione non è più (come già si prospettava nelle precedenti teorie) l’ambito entro cui solamente l’essenza umana si realizza nell’intersoggettività, ma diviene il luogo della sua negazione.»


Brano tratto da “Proposta per una fenomenologia del soggetto” in L’uno e l’altro. Interdipendenza e intersoggettività nel rapporto psicoanalitico, di Silvia Montefoschi, pubblicato da Feltrinelli nel 1977 e ripubblicato da Zephyro Edizioni nel 2004 in Opere 1, Il senso della psicoanalisi. Da Freud a Jung e oltre.


Autore: Silvia Montefoschi - data: 2018-11-01 tag: lacan, jung, montefoschi

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