Bion, Matte Blanco, Montefoschi
e la riproposizione del sentire
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«Anche lo psicoanalista indiano, naturalizzato inglese, Wilfred Bion tenta un superamento del dualismo, consapevole che il principale limite della comunicazione in psicoanalisi è il linguaggio, ritenuto inadeguato a comunicare “K”, l’esperienza di “O”: l’origine, la verità, la cosa in sé, l’assoluto. Per questo invita ad abbandonare il linguaggio scientifico per quello poetico, che ritiene più capace di conferire creatività al pensiero. Ciononostante, allo scopo di rendere rigorosa la comunicazione, ideò un grafico – la famosa “griglia” – quale sussidio per l’analista e il ricercatore al fine di discriminare il livello di verità in cui si ripongono talune affermazioni nel lavoro psicoanalitico, per andare oltre le “emozioni selvagge” in cui, secondo lui, si è impastoiato. Su questa griglia le emozioni risultano rappresentate da Amore, Odio e Conoscenza (L, H, K) con i loro corrispondenti negativi. Ma nel concreto tutto si gioca nella relazione dinamica tra contenitore (madre) e contenuto (figlio), che costituisce l’apparato primario della regolazione e trasformazione affettiva, senza il quale l’esperienza emozionale non può “reggere”, e per essa anche quella mentale. Lo spazio mentale, infatti, è “tenuto” dalle emozioni, che attraverso le loro disposizioni, qualità e quantità, lo configurano e lo ordinano. D’altro canto è vero, secondo l’autore, che le emozioni distorcono l’ideazione e costituiscono vere turbolenze capaci di indurre “cambiamenti catastrofici”. Anche se è altrettanto vero che il legame emozionale appassionato è il fattore più compositivo e creativo che esista. Donald Meltzer, sulla scia di Bion, descrive l’esperienza emozionale come: «un incontro con la bellezza e il mistero del mondo», pur essendo generatore di conflitti.

Lungo questa linea di pensiero, che arriva a sostenere che le emozioni sono forme specifiche di conoscenza e di pensiero, si colloca anche lo psicoanalista cileno Ignacio Matte Blanco, di indirizzo freudiano-kleiniano come Bion, anche lui con un suo originalissimo impianto concettuale, secondo il quale l’emozione è la madre del pensiero, del linguaggio e la via di accesso all’infinito: «l’emozione si dà come esperienza infinita» al di là della cornice spaziotemporale del nostro comune modo di concepire e far cadere le cose. Precisandola poi come composta di sensazione, sentimento e pensiero, ciascuno dei quali varia da un’emozione all’altra: la sensazione radica l’emozione nel bios, da cui poi si ritiene che origini; il sentimento la qualifica in termini peculiarmente soggettivi di esperienza psichica nel bene o nel male; mentre il pensiero la rappresenta permettendogli così di “accadere” anziché semplicemente “essere” nell’indistinta infinità originaria, arricchendosi di sensi ulteriori prima impensabili. Il pensiero, non essendo mai privo di emozione, si configura pertanto come “pensiero emozionale”, all’interno del quale il sentire originario, inteso come modo d’essere dell’inconscio ispirato dal principio di simmetria (che vuole che la parte sia uguale al tutto e l’uno uguale all’altro), crea i primi collegamenti con la realtà simbolizzabile, determinando la base stessa del pensiero cosciente, asimmetrico e ispirato dal principio di non contraddizione.

Matte Blanco ha chiamato bi-logica l’intreccio di queste due logiche che opera in proporzioni variabili nella mente di ciascuno di noi, ma in cui è dissimulata la totalità indivisibile dell’essere simmetrico (dell’inconscio e quindi dell’emozione). Che resta perciò sempre pronta a innescare “processi di infinitizzazione” in qualsiasi momento, i quali, non sostenuti da un’adeguata maturità psicoemotiva in grado di tradurli in processi creativi e rappresentativi, possono declinarsi anche in senso psicopatologico. Fino alla terrificante esperienza del marasma (attacchi di panico). In un successivo sviluppo, con sorpresa, Matte Blanco definisce la fusione tra sé e l’altro da sé che si attua nell’emozione dell’amore – che aveva prima escluso dall’ambito delle possibilità conoscitive proprio per il suo carattere confusivo – come la più completa forma di conoscenza. Ogni emozione, quindi, evoca questa infinità indivisibile e spinge il pensiero verso una comprensione di tipo mistico, mediante cui l’oggetto tende a essere conosciuto come tutt’uno col soggetto che lo conosce.

Sul versante psicoanalitico di orientamento chiaramente spirituale, anche Silvia Montefoschi, che nell’emozione ha riconosciuto l’anelito verso il pensiero proveniente dallo spirito oggettivato nella materia-corpo, e nella dinamica emotiva relazionale dell’individuo la dinamica dell’Uno, recupera alla fine il “sentire”, come la comunicazione e la conoscenza suprema del dialogo d’amore tra i due della coniunctio divina che si realizza e si svolge infinitamente nell’Uno. Precisandolo come “pensiero che percepisce se stesso”.

Sulla base dello stesso orientamento spirituale ma in rapporto all’emozione estetica, che ritengo indissociabile da quella dell’amore, io preferisco chiamarlo “pensiero del cuore”, che per quanto transeunte e fugace, giudicato positivo o negativo dalla soggettività che lo “patisce”, è sempre orma che lascia traccia imperitura che muta l’essere e il suo rapporto col mondo. Per questo lo concepisco come atto di risveglio e di partecipazione mistica della presenza umana all’incredibilità della vita e al dramma cosmico della creazione. Promosso sempre, nella dimensione unica dell’incontro, da quell’altra presenza dell’altro da sé e del mondo al cui cospetto non possiamo sottrarci. Ecco perché nell’emozione c’è la radice celeste dell’intersoggettività. Che è l’angelo.»


Brano tratto da “La missione disconosciuta degli angeli emotigeni” di Baldo Lami, contenuto in Angelicamente. Il senso dell’angelo del nostro tempo, Zephyro Edizioni 2010


Autore: Baldo Lami - data: 2018-11-02 tag: bion, matte blanco, montefoschi

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