Sogni/modi d'uso (1): L'oniromantica
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nostra intenzione da questo numero e in tre successive tappe, tratteggiare sia pure a grandi linee il profilo di una storia antica per lo meno quanto l’uomo, che racconta di come l’uomo ha trattato un racconto che non era lui a fare, benché da lui scaturisse, emergente da un lato a lui stesso oscuro, enigmatico, che dai primordi non ha mai cessato di inquietarlo, anche perché da questo ne derivava bene o male, senza che si potesse sul momento stabilirne una ragione valida.
Parliamo del sogno, o il racconto dell’inconscio. Racconto visivo, fatto per immagini, in greco éidōlon, che vuol dire anche fantasma, apparizione.
Ma fantasma o apparizione di che o di chi?
Sembra generalmente accertato che nella maggioranza delle culture antiche i sogni avessero un significato e una natura puramente trascendentale, cioè per nulla dipendente dalle facoltà e dalle possibilità umane. Per questo non erano considerati fatti immaginari, ma “eventi reali” (per i greci ad esempio un sogno non si “fa” ma si “vede”) che, proprio in quanto tali, dovevano veicolare un messaggio estremamente importante, e forse anche urgente, per l’uomo. Era quindi inevitabile che intorno a essi si costruisse una mantica (predizione del futuro), onde uniformare l’azione umana al disegno divino. Non a caso Platone fa derivare mantiké da mania, cioè “follia”, sempre di accezione divina.
L’oniromanzia affonda perciò le radici nel più lontano passato, ma a differenza delle altre arti divinatorie, essa si basa su un messaggio che “proviene” dallo stesso individuo che chiede il responso, mentre al pari delle stesse, necessita di una tecnica e di un codice che offre dell’evento una “chiave di lettura”. Libri o chiavi dei sogni cominciano perciò a fiorire in tutto il mondo antico, e numerosi sono gli esempi in cui nei testi sacri delle più diverse tradizioni religiose figurano sogni inviati da dio a profeti, re o sacerdoti, debitamente interpretati.
L’oniromantica comprende due diverse tecniche: l’oniroscopia, che raccoglie i dati del sogno, e l’onirocritica, che l’interpreta. Il maggior esponente conosciuto di quest’ultima (che pur essendo una mantica ha un’impostazione, come dice il suo stesso nome, logico-razionale) lo abbiamo in Artemidoro di Daldi, vissuto nel II° secolo d.C., che ha condensato i risultati delle sue minuziose e scrupolose ricerche interpretative, sempre in chiave predittiva, in un libro che, essendoci pervenuto per intero, lo ha reso famoso in tutto il mondo (Artemidoro, Libro dei sogni, Adelphi).
Una metodologia oniromantica veramente straordinaria e spettacolare veniva poi praticata nei santuari di incubazione, che si riferivano al culto di Asclepio, dio della medicina, di cui il principale era quello di Epidauro (Grecia). I postulanti, perlopiù malati di ogni tipo, una volta ammessi e aver compiuto riti purificatori e sacrifici preliminari, venivano condotti in apposite “celle” di pernottamento (le cosiddette kline, da cui è poi derivato clinica) in attesa del “sogno terapeutico” che li avrebbe liberati delle infermità. Il sogno era realmente terapeutico se il paziente riceveva la “visitazione” diretta del dio, che indicando la parte malata la sanava immediatamente. Al mattino il degente si svegliava già guarito. Essendo l’apparizione del dio una teofania, questo tipo di medicina si chiamava teurgia.
Riteniamo che le incubazioni fossero delle varianti dei rituali iniziatici che facevano parte dell’antica e complessa Religione dei Misteri. Siccome tutta la religione antica era in pratica un culto della psiche, hierophantes (iniziatori ai riti misterici), da una parte, e onirokrytai (interpreti dei sogni), dall’altra, possono essere considerati gli antesignani degli attuali psicoterapeuti, secondo le accezioni religiosa e laica che la psicoanalisi ha ereditato.
L’incubazione, per le miracolose guarigioni che le si attribuivano, è stata un fenomeno di massa, ma anche un’arte eccelsa, che sintetizzava in sé la migliore scienza e religione dell’epoca. Poi, un insieme di fattori, tra cui lo sviluppo di una filosofia sempre più razionalista, quello della medicina ippocratica e, non da ultimo, quello del cristianesimo, hanno contribuito al deteriorarsi dell’originaria concezione mitico-mistica della mantica incubatoria, portando al tramonto dei santuari e, conseguentemente, al tramonto del sogno come divina revelatio, e della malattia come divina afflictio che, come tale, poteva essere guarita solo da un intervento divino.
Poche civiltà, però, come quella greca, hanno dedicato al sogno un così ampio e appassionato interesse, al punto che la sua può essere senz’altro considerata una “cultura del sogno”, e non è certo un caso che questo sia associato alla produzione della mitologia di gran lunga più ricca di tutta la storia occidentale.
Questa civiltà immaginò anche che i sogni esistessero già prima di essere sognati: essi, secondo Omero, abitano un territorio ai confini del mondo, presso le correnti dell’oceano e le porte del sole, vicino all’ingresso dell’Ade, donde partono a visitare gli uomini.
La psicoanalisi contemplativa, come l’abbiamo recentemente ribattezzata, riprende queste fondamentali concezioni del sogno, rivisitandole. Anche noi sosteniamo che in qualche modo non siamo noi a sognare, ma siamo, bensì, “sognati”, e precisamente siamo sognati dal dio più antico del mondo, Amore, che ci elargisce le sue gioie e le sue afflizioni, perché è “con” l’umanità e “dalla” umanità, che lui attraverso noi, e noi attraverso lui, possiamo veramente “guarire”, cioè mutare.

© Baldo Lami

* Articolo pubblicato su Letture Contemplative (Rivista di analisi e sintesi psicospirituale) N. 4, Milano 1999


Autore: Baldo Lami - data: 1999-09-07 tag: oniromantica

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