Jung e Lacan contro la Iocrazia
di Massimo Recalcati
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Jung e Lacan sembrano essere agli antipodi: il primo è attratto dalle forze irrazionali, il secondo dalla logica, dalla topologia, dai grafi, dai mathemi; il primo è un visionario, figlio della mistica (religione, alchimia, mitologia), il secondo uno strutturalista che ha alle spalle la linguistica di Saussurre e l’antropologia di Lèvi Strauss oltre alla grande stagione dell’illuminismo. Il primo pone l’inconscio come composto da immagini (innanzitutto archetipiche e collettive); il secondo lo vede “strutturato come un linguaggio”.

Ma questi due mondi così lontani sembrano paradossalmente incrociarsi nel modo di intendere l’esperienza dell’analisi: in essa non è in gioco una semplice terapeutica, ma una trasformazione radicale del soggetto ai limiti della perdita di sé e della depersonalizzazione. Per il mistico Jung e per il logico Lacan la posta in gioco di un’analisi non consiste affatto in un rafforzamento muscolare dell’Io, in una adesione acritica al regime, come l’ha ironicamente battezzato Lacan, dell’“Iocrazia”, quanto piuttosto nella sua dissoluzione. Il che significa che la malattia mentale non ha origine da un deficit dell’Io, ma da un suo sviluppo ipertrofico. In questo movimento di avvicinamento paradossale tra due mondi considerati lontanissimi, una parte decisiva è giocata dal ruolo attribuito alle immagini.

Già Freud aveva riservato una attenzione nuova all’immagine attribuendole un potere inedito. In gioco non era più la vitalità esuberante dell’immaginazione romantica, quanto piuttosto l’immagine come canale che collega la vita della coscienza a quella dell’inconscio. Per Freud questa era la lezione fondamentale del sogno: l’apparizione – in una trama narrativa – di immagini il cui potere consisteva nel raffigurare un desiderio inconscio respinto dalla coscienza. L’immagine come ponte che mantiene in connessione il desiderio rimosso alla coscienza che lo rimuove. La sua natura non è quella di rispondere a un simbolismo ingenuo (sognare un leone significa sognare il padre), ma quello di realizzare la “condensazione” (Verdichtung) di una pluralità di significazioni possibili. È questo il rapporto stretto che l’immagine onirica intrattiene con il linguaggio poetico. Non a caso, infatti, nella lingua tedesca poesia si dice Dichtung. Tuttavia per Freud le immagini restano innanzitutto delle “mascherature” del desiderio inconscio prodotte dall’azione censoria del lavoro onirico.

È questo il punto dove si aggancia la critica junghiana e lacaniana: le immagini oniriche non sono maschere, ma luoghi di rivelazione della verità più profonda del soggetto. In particolare è Jung a enfatizzare in modo singolare il potere delle immagini. L’incontro con l’immagine è l’incontro con il “numinoso”, con l’apparizione di una forza che trascende quella della coscienza. “L’accesso al numinoso – scrive – è la vera terapia”. Solo quando si arriva “all’esperienza numinosa si è salvati dalla maledizione della malattia”. L’opzione di fondo di Jung consiste innanzitutto nel liberare l’immagine dalla sua origine narcisistica. Non si può ridurre la potenza generatrice dell’immagine all’immagine speculare del proprio Io.

Una cura analitica non consiste nel rafforzare il potere dell’Io, mal nel suo più radicale svuotamento. In questo il percorso di Jung interseca quello di Lacan: per entrambi l’esperienza dell’analisi non consiste in una bonifica delle zone paludose dell’inconscio ma nella riabilitazione del suo potere. Essa non è un esercizio di padronanza dell’Io sull’inconscio ma diviene esperienza, come direbbe junghianamente Lacan, di “crepuscolo dell’Io”. Per questa ragione per Jung le immagini non sono scorie irrazionali che devono essere civilizzate dall’azione dell’ideazione razionale, del logos, ma sono esse stesse logos, manifestazioni potenti della trascendenza della vita che affondano le loro radici in un sostrato archetipico.

Ma in gioco non è una semplice mistica delle immagini. Il punto etico sul quale sia Jung e Lacan insistono consiste nel fatto che il soggetto è sempre tenuto a rispondere alle indicazioni e alle aperture che scaturiscono dalle immagini dell’inconscio. Non è l’Io che governa le immagini, ma l’Io ha il dovere etico di accogliere in sé, di lasciarsi guidare dalla loro forza generatrice. L’immagine indica l’orizzonte di verità al quale il soggetto nell’analisi deve corrispondere se non vuole cadere nell’alienazione narcisistica del proprio Io. Perdersi nell’immagine è dunque un modo per ritrovarsi senza più la pretesa di governare la potenza inesauribile della vita. In un tempo come il nostro che esalta la furia devastatrice dell’Iocrazia fare esperienza della perdita di sé suona come un antidoto anche politico: parafrasando la famosa massima di Freud (“dove era l’Es deve subentrare l’Io”), si potrebbe dire – junghianamente – che dove era l’immagine inconscia, il soggetto ha il compito etico di avvenire.


Tratto da La Repubblica, inserto Robinson, 2 dicembre 2018


Autore: Massimo Recalcati - data: 2018-12-27 tag: freud, jung, lacan

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