Psicoanalisi e divinazione. Lettura archetipica
dei Tarocchi secondo la psicologia junghiana
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Da quando sono apparsi sulla scena europea, nel tardo medioevo ed alla soglia dell'evo moderno (circa 1400 d.C.), come testimoniano i primi documenti che li menzionano espressamente, i tarocchi hanno conosciuto un interesse sempre crescente che non si è mai arrestato. Caso forse unico nella storia degli eventi culturali.
Non sappiamo nulla invece della “notte dei tarocchi”, del periodo cioè che precedette e preparò la loro comparsa nelle corti cinquecentesche, cosa che gli valse anche l'appellativo di “carte di corte”, prima di diffondersi come gioco popolare noto in tutto il mondo, nella sezione degli “arcani minori”, e come strumento divinatorio o come oggetto di speculazione e ricerca esoterica, particolarmente nella sezione degli “arcani maggiori”.
Queste ultime (la divinazione e la ricerca esoterica) sono rimaste pressoché le uniche modalità di approccio ed uso del patrimonio conoscitivo racchiuso nel simbolismo di queste figure. Entrambe hanno evidenziato grossi limiti: la divinazione, qualsiasi attendibilità le si possa attribuire, lascia sempre la persona interrogante completamente passiva di fronte a frammenti di conoscenza che vengono fatti calare dall'alto, come se il destino di ognuno fosse storia già scritta, mentre è scritta sì, ma solo nella misura in cui la facciamo scrivere dagli altri; la modalità esoterica, invece, che attualmente vede un momento di nuova fioritura, oltre a comportare l'adesione a ristrette cerchie, si riferisce, nella quasi generalità, a conoscenze dogmatiche di cui si è smarrito il senso, poiché questo esisteva solo in rapporto alle iniziazioni che oggi non si sa più come fare.
Quella che qui proponiamo è una terza via, un approccio simbolico e psicologico che faccia di questo originale mazzo di carte uno strumento non solo conoscitivo ma anche terapeutico e di guida nel cammino della ricerca interiore; poiché queste figure non descrivono solo situazioni o avvenimenti, né tappe o stazioni di un percorso univoco rigidamente determinato, ma archetipi o processi psichici aventi ciascuno la loro origine in un “non essere”, identificabile nel Matto, e il loro divenire in una serie di variabili che vanno dal Mago, esprimente il potenziale emergente, fino alla suprema pienezza dell'essere rappresentata dal Mondo.
Ogni carta cioè ha un aspetto “meno” e un aspetto “più”, quali estremi polari di quell'eterna dialettica entro cui si misura la nostra concreta possibilità di esprimere un progetto di mondo tutto nostro e le segrete aspirazioni che lo abitano: il desiderio di essere, unici o uguali, di permanere e di mutare.
La fortuna ed il successo dei tarocchi dipendono dalla fascinazione che i simboli, di cui ci offrono esempi suggestivi, hanno sempre esercitato sulla psiche dell'uomo; poiché essi sono essenzialmente il suo prodotto, il peculiare linguaggio con cui tenta di comunicare con la nostra parte razionale, sia a livello individuale, come nei sogni, che a livello collettivo, nelle piccole e grandi creazioni di tutti i tempi, dai miti alle religioni e all'arte. Simbolo è già esso stesso, come dice l'etimologia della parola, sintesi e unificazione di opposti.
Ora due persone si trovano “vis à vis” intorno a un tavolo e una delle due vuole sapere dall'altro, ritenuto un esperto in materia, qualcosa di sé o di un suo particolare problema. Inizia allora tra i due un'interazione psichica complessa, prevalentemente inconscia, nella cui gestalt (configurazione) le carte vengono per così dire a “cadere”, estratte da una matrice di possibilità ignote e collocate in uno schema ordinato secondo una modalità che non riguarda la ben nota legge di “causa ed effetto”, che regola i processi della vita cosciente, ma quella tipica dei processi psichici inconsci in cui elementi, compresenti nella stessa scena (le carte del mondo fisico esterno e le carte del mondo psichico interno), sono necessariamente legati nel significato.
Adesso siamo pronti per la lettura: bisogna innanzitutto ascoltare, poiché le immagini offerte dai Tarocchi, al pari di quelle oniriche, non sono mute, esse saranno il nostro veicolo e la risposta non potrà che venire da dentro, dal luogo stesso in cui si è originata la domanda.
Senza menzionarli espressamente, abbiamo accennato ad alcuni concetti base della psicologia junghiana che costituisce oggi, senza alcun dubbio, lo strumento migliore a nostra disposizione per accostarci alla dimensione immaginifica dei Tarocchi, al fine di coglierne indicazioni valide per la nostra realtà umana e concreta di tutti i giorni.
Prima carta estratta: Il Matto! Andiamo bene!... Non sto scherzando, o forse sì, nel senso che per interrogare i Tarocchi al fine di sapere qualcosa di sé bisogna essere proprio un po’ matti!

© Baldo Lami

* Articolo pubblicato su Panorama Lombardia (Rivista Endas di cultura dell'ente pubblico), Milano, Aprile 1988


Autore: Baldo Lami - data: 1988-04-12 tag: tarocchi psicologiajunghiana

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