stampa questo articolo
Associazione Fare Anima
Quella mitica voglia di essere Dio: L'automa
di Emanuele Severino

«Automa»: una delle parole più ambigue. Se oggi diciamo di un uomo che è un automa, intendiamo che si muove senza coscienza e volontà, spinto da una forza esterna: come avviene nelle macchine costruite fin dall’antichità, che imitano i movimenti dei viventi e che vennero chiamate «automi» soprattutto con la comparsa dell’opera del matematico Erone di Alessandria (I-II secolo dopo Cristo), Sugli automi.

Ma «automa» proviene dall’antica parola greca autòmaton che significa «ciò che si muove e agisce da sé, di proprio impulso, spontaneo», e «la spontaneità del bramare, del tendere e dell’intendere». Tale parola è riferita alle piante, agli animali, ai fiumi, agli eventi, agli uomini, alla morte. È così accentuato, in questa parola, il senso del non aver bisogno di nient’altro che di sé, per accadere ed esistere, che autòmaton significa addirittura il caso, ossia ciò che cade sulla terra senza provenire da alcuna regione dove l’occhio di un dio o di un mortale possa prefigurarlo prima del suo accadere. L’autòmaton è cioè l’assolutamente imprevedibile. Si tratta dell’imprevedibilità stessa della vita. E nella vita il più imprevedibile degli eventi è l’uomo stesso.

Ma l’imprevedibilità della vita e dell’uomo è la fonte più profonda del terrore. Nell’Antigone di Sofocle il Coro parla del terrore suscitato dall’imprevedibilità dell’uomo: «Che egli – l’uomo – non segga presso il mio focolare». Ma il focolare del Coro è l’uomo stesso: il terrore angoscia, quello stesso che è causa del terrore. Affinché all’uomo sia consentito sedere presso il proprio focolare, diventando familiare e di casa a se stesso, è allora necessario che la sua imprevedibilità sia attraversata e dissolta da una luce rassicurante che stabilisca la Regola inderogabile all’interno della quale ogni iniziativa umana deve sorgere e mantenersi.

Quando l’uomo fa dire al suo dio: «Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza», l’uomo consente a se stesso di sedere presso il proprio focolare allontanando così da sé il terrore. Come immagine e somiglianza di dio, l’uomo non è più autòmaton (imprevedibile spontaneità del caso), ma si costituisce come automa: nel significato fondamentale che questa parola possiede e che si rispecchia (anche impoverendosi) nei congegni meccanici costruiti dalla tecnica e nel progetto della cibernetica di organizzare l’intera esistenza sociale come un unico grande automa. All’insieme di regole cui è sottoposto l’uomo nell’automatizzazione totale dell’esistenza mediante gli strumenti della scienza e della tecnica moderna, corrisponde l’insieme di regole in cui dio consiste e alle quali l’uomo è sottoposto in quanto è fatto a immagine e somiglianza di dio. L’uomo è automa (e non autòmaton) proprio in quanto fatto da dio: in senso analogo ma fondamentalmente identico a quello in cui l’uomo è automa in quanto fatto dall’organizzazione tecnologica dell’esistenza.

Ciò non significa che il grande concetto greco-cristiano di creazione sia riducibile al concetto di un dio fabbricatore di congegni meccanici; ma significa che la volontà di evocare un dio creatore dell’uomo e dell’abilità dell’uomo in quanto persona e realtà spirituale, è la stessa volontà che spinge all’automatizzazione tecnologica dell’esistenza: la volontà di superare il terrore dell’imprevedibile e di consentire all’uomo di sedersi presso il proprio focolare; la volontà di controllare l’autòmaton mediante l’automa, cioè mediante l’esistente sottoposto alla regola che presiede alla sua produzione e al suo sviluppo.

All’inizio della Metafisica Aristotele dice che gli uomini hanno incominciato a filosofare mossi dalla meraviglia: «A quel modo che quanto avviene dei giochi di prestigio sembra un autòmaton a coloro che ancora non ne conoscono la causa». Nel teso greco «gioco di prestigio» e «meraviglia» sono costruiti sulla stessa parola: thàuma. Al fondo del significato di questa parola sta il terrore. Se guardiamo verso questo fondo, Aristotele dice che il terrore è provocato dalla convinzione che l’esistenza sia un autòmaton e che il terrore svanisce quando si conosce la causa di quanto accade, ossia quando ciò che accade è inteso come un automa, ossia sottoposto alla regola in cui la causa consiste. L’automa è il focolare presso cui l’uomo siede.

Ma l’uomo non ha forse evocato l’intimità dei focolari proprio perché, innanzitutto, ha evocato i turbini che, provenendo dalle lontananze più profonde e inesplorabili, meravigliano e terrorizzano – i tubini in cui l’autòmaton consiste? Al di sotto dell’apparente opposizione dell’autòmaton e dell’automa non è forse rintracciabile la loro unità essenziale: il riconoscimento che le cose siano un andare, un cadere, un turbine (dal quale noi ci si difende sottoponendolo a una regola)? E che le cose siano questo andare è proprio un concetto così indiscutibile?


Articolo di Emanuele Severino apparso su una rivista di cui ho perso il riferimento intorno intorno al 1990, anno più anno meno. L’immagine è tratta dal film: Io, Robot.

Autore: Emanuele Severino - data: 2019-06-17 tag: Automa Autòmaton Sofocle Antigone Aristotele Metafisica
Associazione Fare Anima - Via Abate Crippa, 19 – 24047 Treviglio (BG) recapito: fareanima@psicosservatorio.it